La storia di Emile Griffith e Benny “Kid” Paret

Griffith-Paret 1

Nel 1962 un match brutale tra l’americano Emile Griffith e il cubano Benny Paret portò alla morte di quest’ultimo in ospedale, pochi giorni dopo, per via delle lesioni riportate nell’incontro. Capita, direte. E in effetti è capitato spesso a dei pugili di morire dopo un match. Ma la storia di questo incontro è particolare: Griffith era bisessuale in un mondo e in un epoca nei quali era praticamente impossibile uscire dall’armadio. Paret insultò e prese in giro Griffith riguardo le sue preferenze sessuali e il loro terzo incontro finì in tragedia. È una storia abbastanza conosciuta, con interviste e documentari disponibili. Ma adesso sta uscendo un nuovo libro che parla di Griffith: “A man’s world: the double life of Emile Griffith”. Il Guardian ne ha pubblicato un bellissimo estratto, che traduciamo direttamente qui sotto:

 

Il pugile e il suo fidanzato sedevano assieme in un vagone della metropolitana di New York. Emile Griffith aveva un cappello sugli occhi. Non aveva voglia di vedere nessuno prima della pesatura del sabato mattina, previa al match serale di domenica al Madison Square Garden per il titolo mondiale, il 24 Aprile del 1962. Era la terza volta nella sua carriera che combatteva contro il suo acerrimo rivale Benny “Kid” Paret. Una carriera che l’avrebbe poi portato ad essere uno dei migliori pesi welter della storia. Griffith disputò 337 riprese in match mondiali – 69 in più di Muhammad Ali. Ma il suo posto nel pantheon della storia del pugilato venne oscurato per sempre dalla sua tragica trilogia di incontri contro il cubano Paret. 

Aveva perso il suo titolo mondiale contro Paret sette mesi prima e il cubano aveva sbeffeggiato Griffith alla pesatura chiamandolo maricón (checca, frocio, in spagnolo). Nel mondo maschilista della boxe non ci potrebbe essere insulto peggiore – visto soprattutto che la “diversità” delle preferenze sessuali di Griffith era un segreto di Pulcinella. Non si trattavo solo del fatto che avesse parlato spesso di quanto gli piaceva disegnare cappellini per signore e che avesse espresso opinioni su quello indossato da Jackie Kennedy davanti alla Casa Bianca. Emile Griffith era gay in un momento in cui l’omosessualità era vista come una malattia, condannata come un peccato e classificata come un crimine. Anche il sesso consensuale tra due uomini adulti poteva portare alla prigione. L’omosessualità era un reato in ogni stato d’America – escluso l’Illinois. L’American Medical Association continuava a definirla come un “disturbo psichiatrico”. Il pugile andava nei gay bar tutti i fine settimana ma era impossibile dichiarare pubblicamente le sue preferenze sessuali. La verità doveva essere nascosta al grande pubblico,  perché dire che un pugile era gay era inimmaginabile nei primi anni 1960, quando si trattava non solo di tabù: era impossibile credere che un eroe sportivo, un Vero Uomo, fosse un omosessuale.

Emile non ci pensava troppo. Era semplicemente felice di appartenere a due tipi di uomini, felice di combattere con loro oppure di amarli.

Uscì dalla metropolitana sulla 42ma. Prima di combattere aveva voglia di passeggiare lungo le strade a lui familiari di Times Square, dove di notte rideva e ballava con i gay ispanici e i le vecchie drag queens. Poco prima delle 11 di quel Sabato mattina, il giorno del match più importante della sua vita, uomini, donne, travestiti, prostitute e spogliarelliste uscirono dai locali per augurargli buona fortuna. Di solito si fermava a parlare con tutti. Ma quel giorno Emile alzò solamente il il braccio salutando il suo popolo e riprese a camminare. Avrebbe combattuto anche per loro.

Alla pesatura Paret era di buonumore, mentre sembrava che Griffith si stesse cambiando per un funerale. Salì in mutande sulla grande bilancia. Paret “The Kid” indicò il marcatore e si mise a ridere. Non riusciva a credere che Griffith fosse così radioso – con quel peso di 144 libbre (66 KG).

 Griffith Paret 2Griffith stava per scendere dalla bilancia quando sentì il suo allenatore Gil Clancy gridare: “Ehi, guarda!”

Si girò e vide un sarcastico Paret fingere rapporti sessuali con lui, con i suoi allenatori a ridere istericamente. Il cubano agitò un dito verso Griffith:”Ehi maricón”, sogghignò Paret, “mi farò te e il tuo marito.”

 Se un pugile bianco avesse deriso il colore della sua pelle Emile avrebbe lasciato stare scrollando le spalle. Ma quell’affondo sulla sua sessualità lo colpì a fondo. Era un omosessuale che, nel 1962, era stato ridicolizzato e tacciato di essere malato e vile. Non importava che stesse cercando di diventare uno dei soli otto uomini sulla terra a potersi definire Campione del Mondo di Pugilato, in un momento storico nel quale la boxe significava davvero tanto in America. In privato Emile era orgoglioso di poter stare con un uomo, se voleva. In pubblico, il fatto che la sua vita la sua vita privata fosse stata sbeffeggiata in tal modo lo rese furioso. Come poteva Paret essere così crudele? Il suo manager Clancy si mise in mezzo ai due pugili quando Griffith stava per colpire Paret con tutta la forza che aveva in corpo. “Tienitelo per stasera, Emile,” sibilò Clancy.

 Benny Paret tornò al Bronx. Tutto quanto avvenuto alla pesatura l’aveva prosciugato, in qualche modo. Si sentiva solo. Benny avrebbe voluto che la moglie Lucy fosse venuta con lui a New York. Ricordava come, appena quattro giorni prima di partire, Lucy l’avesse abbracciato quando aveva pianto. Avevano portato il piccolo Benny Jr allo zoo di Miami ma all’ingresso erano stati allontanati. “Sei nero”, gli dissero. Lucy era sbalordita dal fatto che il marito pianse per l’episodio e non il piccolo Benny Jr. L’accaduto aveva ricordato a Benny che aveva ancora l’aspetto di un tagliatore di canna da zucchero cubana più che di un pugile campione del mondo. Benny aveva tentato inutilmente di convincerla a lasciare Miami con lui, così da poterlo vedere conservare il suo titolo di campione. Ma per settimane, anche se lei non gli aveva detto nulla, Lucy aveva sognato cose terribili sull’incontro e non riusciva a togliersi quelle immagini dalla testa. Benny non aveva mai parlato molto,  ma quando telefonò a Lucy dal Bronx le parole sgorgavano da lui come sangue da una ferita. Gli faceva male la testa e non voleva combattere. Lucy lo supplicò di ritirarsi, di non combattere, ma Benny sapeva benissimo che il suo manager Manuel Alfaro non l’avrebbe mai permesso. C’era troppo denaro in ballo. Disse addio sottovoce, e la linea si interruppe.

A bordo ring, a fianco dei gangster armati di sigaro e di politici di ogni bando, i giornalisti stavano ancora tentando di riprendersi dalla scioccante scena nella sala del peso dei pugili. Non riuscivano a credere che Paret si fosse comportato in quel modo crudelmente teatrale e che Griffith avesse reagito talmente male. Era stato difficile per loro decidere cosa scrivere sull’incidente per loro edizioni serali ma Howard M Tuckner, del New York Times, ci provò lo stesso. Aveva scritto parole concilianti e sensibili sull’incidente della pesata, ben consapevole del fatto che sulle pagine sportive l’omosessualità era un tema praticamente tabù. Tuckner sapeva bene che “Maricon” era un insulto mortale per la cultura ispanica, ma sapeva anche che viveva in una nazione dove al pianista Liberace era ancora consentito far finta che fosse eterosessuale. Tuckner, come tutti gli altri nel mondo della boxe, sapeva che Griffith fosse omosessuale. Ma questo non incideva per nulla sul suo essere una persona decente e un pugile feroce. Il giornalista scrisse perciò sobriamente che lo sfidante era stato insultato “relativamente alla sua sessualità”.

Poco prima delle 21 a bordo ring del Madison Square Garden, Tuckner se la prese furiosamente contro il giovane giornalista Pete Hamill e contro gli idioti responsabili del copy desk al New York Times. Hamill lavorava per il tabloid New York Post, mentre Tuckner aveva fatto molta strada nel giornalismo sportivo  sino a diventare una prestigiosa firma del Times. I redattori avevano sostituito la parola “omosessuale”, apparentemente tabù, con l’insensato e offensivo “non-man” (non uomo). Mentre andava al Madison per il match Tuckner leggeva il giornale e non riusciva a credere che il pezzo da lui firmato riportasse che Paret aveva accusato Griffith di essere un “non uomo”. A bordo ring urlò ad Hamill: “Non-uomo? Che cazzo è un non-uomo? Una farfalla è un non-uomo. Una roccia è un non-uomo”. Stava ancora urlando quando le luci si abbassarono: un boato viscerale accoglieva l’entrata nel ring del macho cubano tagliatore di canne da zucchero e del non uomo. La battaglia stava per iniziare.

Quella sera la rabbia e dolore di Emile Griffith travasò come un fiume in piena. Fu un match brutale e selvaggio, dominato da Griffith, pur messo ko nel sesto round. Il macello però iniziò al dodicesimo round, con due brutali destri di Griffith che si abbatterono su Paret che vacillò all’indietro verso l’oblio, deformandosi tristemente. In quel momento Griffith avrebbe potuto far cadere il campione, ma voleva punirlo. Il cubano cercò di tenere alta la guardia ma le sue braccia erano troppo deboli. L’obiettivo di Griffith era la testa ciondolante di Paret. Lo spinse contro le corde con il braccio sinistro per poi colpirlo selvaggiamente con un devastante uppercut destro. Griffith girò il suo corpo in modo che ogni pugno potesse avere la massima forza e potenza. Tutte quelle mazzate colpirono con forza mortale. La testa di Paret si scuoteva sul collo che sembrava un piedistallo rotto. Pugno dopo pugno, una processione scioccante di pugni. Come se ogni colpo fosse una risposta a quel “maricón”. L’arbitro Ruby Goldstein sembrava impotente, come se la ferocia di Griffith l’avesse paralizzato. A bordo ring si poteva sentire il rumore sordo di ogni pugno a bersaglio, come l’eco lontana di un pesante vanga che scavava una tomba.

Dopo una decina di montanti destri Griffith improvvisamente smise di tenere Paret con la mano sinistra. La vista di quei terribili magli che si abbattevanoGriffit Paret 3 sulla testa ormai indifesa di Paret finalmente svegliò lo stordito Goldstein che si mise tra i due pugili, ma l’unico modo in cui riuscì a fermare il massacro fu abbracciando disperatamente quell’uomo trasformato in una macchina da pugni. Quando Goldstein e Griffith si trovarono a barcollare uniti in un abbraccio ubriaco, Paret scivolò piano al tappeto. I suoi occhi iniziarono a chiudersi proprio mentre iniziava a morire.  Il suo braccio destro era intrappolato alle corde, mentre quello sinistro si allargava come per una surreale crocifissione.

A bordo ring, Gaspar Ortega, che aveva combattuto contro entrambi, era sconvolto. Il modo in cui Paret era scivolato verso il tappeto, come se avesse già lasciato il suo corpo inerte, spaventò Ortega, che cominciò a piangere prendendo la mano di sua moglie e portantola via. Dovevano scappare via dal Garden, in quel momento.

Pochi minuti dopo, al centro del ring, il commentatore televisivo Don Dunphy probabilmente non aveva capito quello che era successo davvero. “Questo è Emile Griffith, il giovane che ha ripreso il titolo di campione del mondo dei pesi welter dopo un emozionante incontro con Benny ‘Kid’ Paret.  Emile, andiamo a rivedere il ko al rallentatore. Mi piacerebbe che tu potessi descriverci quello che è successo.” Emile esitò, come se avesse paura di rivedersi picchiare a morte Benny Paret su un monitor in bianco e nero. “Gli hai fatto male adesso, guarda”, disse Dunphy, incoraggiando Emile a guardare da più da vicino. “È un gran bel lavoro della telecamera, questo.”  “Sì, straordinario”, confermò un’altra voce. Era la prima volta nella storia della televisione che veniva usato un replay al rallentatore.

Mentre continuavano a guardare si ammutolirono. Ma Dunphy, sapendo che la trasmissione di una morte in diretta televisiva era un crimine, finalmente intervenne per chiudere:  “Questo è quanto”.

“Ho continuato a picchiare”, disse Emile con orrore. “Ho solo continuato a picchiare”

 

La morte di Peret segnò per sempre la carriera di Griffith, che comunque vinse molto anche in seguito, dopo aver affrontato pugili del calibro di Nino Benvenuti (di cui divenne molto amico), Carlos Monzon e Rubin Hurricane Carter. Si ritirò nel 1977 e finì a fare la guardia carceraria per mantenersi. Nel 1992 all’uscita di un bar gay  di Times Square venne picchiato selvaggiamente: il grave danno ai reni dovuto all’aggressione piano piano portò la sua salute a peggiorare. Venne colpito anche dall’Alzheimer e morì nel 2013 vicino New York.

I like men and women both. But I don’t like that word: homosexual, gay or faggot. I don’t know what I am. I love men and women the same, but if you ask me which is better… I like women. I keep thinking how strange it is… I kill a man and most people understand and forgive me. However, I love a man, and to so many people this is an unforgivable sin; this makes me an evil person. So, even though I never went to jail, I have been in prison almost all my life.

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