Arthur Ashe, il tennista differente

 Arthur_Ashe BIG

Ieri  nel mitico campo centrale di Flushing Meadow, nel Queens newyorkese, i soliti noti Nadal e Djokovic si sono affrontati per l’ennesima volta nella finalissima dell’ultimo Grande Slam del 2013 (e lo spagnolo ha messo in saccoccia il suo tredicesimo slam). Un campo centrale inaugurato nel 1997 che è quello con la maggiore capienza nel mondo per il tennis, chiamato Arthur Ashe Stadium. E se il nome del precedente stadio era probabilmente più conosciuto (Louis Armstrong Stadium), forse quello attuale non lo è altrettanto, almeno per chi bazzica solo saltuariamente il mondo del tennis professionistico. Peccato, perchè la storia di Arthur Ashe, il primo tennista afroamericano a vincere un torneo del Grande Slam (seguito poi dal solo Yannick Noah) è una storia bellissima e tragica.

Il 10 Luglio del 1943 a Richmond, Virginia, i coniugi Ashe diedero alla luce il loro secondogenito, che chiamarono Arthur. Il ragazzo mostrò subito il suo talento in uno sport che però non era proprio adatto ai blacks degli anni cinquanta: il tennis. A quei tempi era molto difficile per un nero working class giocare contro coetanei bianchi. Malgrado le discriminazioni, malgrado tutto, il giovane Arthur Ashe si ostinò a continuare a giocare a tennis e grazie a una borsa di studio si iscrisse all’università losangelina UCLA dove poté crescere esponenzialmente come giocatore, iniziando a vincere diversi tornei universitari e portando l’ UCLA a vincere il titolo di tennis nazionale di squadra e singolare (il suo, ovviamente). Durante gli anni a Los Angeles fece anche parte dell’esercito americano, lavorando nell’accademia tennistica di West Point con i cadetti. Il fratello Johnny nel frattempo finì a fare il servizio militare in Vietnam. Al suo ritorno si parlava del possibile invio di Arthur in guerra, perché per legge una famiglia non poteva avere più di un componente al fronte. Ma quel 1968 Johnny decise di tornare di nuovo nell’inferno indocinese per proteggere Arthur e permettergli di continuare con la sua promettentissima carriera.

Una carriera che decollò definitivamente nel 1968, anno che vide gli USA e Arthur Ashe aggiudicarsi anche la Coppa Davis. Quell’anno si tenne anche il primo US Open dell’era Open, appunto, cioè finalmente aperto a tutti, professionisti e dilettanti, mettendo fine a una ridicola pantomima che durava da troppo tempo. Arthur Ashe fu il primo vincitore dell’era Open a Flushing Meadows: il primo afroamericano a vincere un torneo del Grande Slam (in seguito solo Yannick Noah riuscirà nell’impresa), dopo una battaglia di 5 set che lo vide prevalere sull’olandese Tom Okker. Ashe era ormai tra i migliori tennisti del mondo e vinse molti altri tornei con un gioco d’attacco pulitissimo ed efficace, tra i quali l’Australian Open del 1970 e anche Wimbledon nel 1975, contro il giovane e ashe-wins-wimbledonfavoritissimo e Jimmy Connors, con il quale esisteva una dura rivalità che andava oltre il terreno di gioco. Una grande carriera per un giocatore non comune e una persona di intelligenza e cultura nettamente superiore alla media, che infatti si mise in evidenza anche e soprattutto fuori dai campi da tennis, con il suo proverbiale impegno nella lotta contro le discriminazioni e soprattutto contro l’orrendo regime di apartheid allora presente in Sudafrica. Infatti svariate volte tentò di entrare nel paese ma gli venne negato il visto, sino a quando riuscì a partecipare a un torneo di tennis, diventando pertanto il primo atleta professionista nero a partecipare a un torneo nel paese dell’allora incarcerato Nelson Mandela.

L’impegno civile caratterizzò la vita di Arthur Ashe anche dopo il suo ritiro, avvenuto nel 1980 dopo l’infarto che l’aveva colpito nel 1979. Fece della lotta all’apartheid una bandiera, pagando anche di persona, come quando venne arrestato nel 1985 per via della partecipazione a una marcia di protesta di fronte all’ambasciata sudafricana a Washington. Venne arrestato anche in seguito, nel 1992, sempre per la partecipazione a una manifestazione di fronte alla Casa Bianca, stavolta a favore dei rifugiati haitiani. Si impegnò moltissimo a favorire la diffusione del tennis anche nei quartieri marginali e poveri delle grandi zone metropolitane americane. Nel frattempo le sue condizioni fisiche peggioravano: nel 1983 venne sottoposto a un nuovo intervento al cuore per il quale ebbe bisogno di una trasfusione di sangue, che però risultò essere fatale: nel 1988 i medici scoprirono che aveva contratto l’AIDS per via di quella trasfusione. Arthur e la moglie decisero di tenere segreta la malattia, che però divenne di dominio pubblico nel 1992 per via del giornale USA Today, che in pieno “scandalo” Magic Johnson scoprì che anche Arthur Ashe era malato di AIDS. L’ex tennista decise di anticipare la rivelazione del giornale dichiarando pubblicamente di essere malato e criticando il quotidiano americano per la mancanza di tatto nel trattare la notizia. Ashe si dedicò nel frattempo all’impegno in diverse associazioni e fondazioni per le vittime dell’AIDS e arrivò a ultimare la sua autobiografia Days of Grace pochi giorni prima della sua morte. Arthur Ashe morì un giorno di Febbraio del 1993 per le complicazioni di una polmonite dovute alla sua malattia. Nel 1997 il nuovo campo centrale di Flushing Meadow, il più grande del mondo, venne chiamato con il suo nome in una emotiva cerimonia alla quale presero parte praticamente tutti nel mondo del tennis, escluso il suo acerrimo “nemico” di sempre Jimmy Connors.

Non sarà mai detto abbastanza per ricordare questo straordinario personaggio che ci ha lasciato troppo presto, con un cuore talmente grande che merita appieno che lo stadio da tennis più grande del mondo abbia il suo nome. Forse però basterebbero le parole di Yannick Noah, il grande tennista francese scoperto in Africa proprio da Ashe, in questo meraviglioso e toccante video

Socialmente

Segui @JulianRossMag

Meta

Tweets by @JulianRossMag

Cose che ci piacciono

Jot Down - Deportes Panenka IBWM Quality Sport The Run of Play Fútbologia Perarnau Magazine Someone still loves you, Bruno Pizzul


Sport Vintage La Libreta De Van Gaal Letteratura Sportiva Federico Buffa Flavio Tranquillo Rivista Studio - Sport Grantland

Contatti etc.

Facebook Twitter Feed RSS

Scrivono e collaborano

Piksi George Best Sandro Omodeo DeLpIeRiNa84