Austin Hatch, il sopravvissuto

AUSTIN HATCH1

Siamo a Los Angeles, nel campo di basket della high school di Loyola. È l’ultimo quarto di una partita che la squadra di casa sta vincendo con una certa tranquillità. A un certo punto un’azione d’attacco di Loyola porta il numero 33 a ricevere la palla quasi all’angolo destro, dietro la linea dei tre punti. Il giocatore ha spazio, si alza e lascia partire una tripla che si infila in canestro. Tutti esplodono di gioia, sembrano impazziti, molti piangono: la squadra, l’allenatore, il pubblico, tutti esultano come se si fosse trattato di un buzzer beater nella finale delle Olimpiadi. Tutti, escluso il numero 33, l’autore del canestro, un’ala piccola di 2 metri che si limita a sorridere e tornare rapidamente in difesa.  Nel frattempo gli arbitri hanno fermato il gioco per punire Loyola con un fallo tecnico, visto che dopo il tiro da tre punti in tantissimi si sono fiondati dentro il campo a festeggiare e abbracciare l’autore del canestro. Il suo nome è Austin Hatch e la sua storia è davvero incredibile, visto che si tratta di un diciannovenne sopravvissuto a due incidenti aerei.

Solo tre anni fa il ragazzo di Fort Wayne, Indiana, allora sedicenne, era considerato un’ottima promessa del basket high school americano e quella stagione aveva portato la squadra di Canterbury High a un record di 17-5, grazie anche ai suoi 23.3 punti e 9.3 rimbalzi di media, con un ottimo 45% da dietro la linea dei tre punti. Diversi college gli offrivano borse di studio per andare a giocare con loro, ma alla fine Austin scelse i Wolverines di Michigan, Detroit.  Era qualcosa di incredibile, visto che solo otto anni prima un terribile incidente aereo aveva provocato la morte della madre del ragazzo, della sorella di 11 anni e del fratellino di 5 anni. Il piccolo Austin era stato salvato dal padre, che pilotava l’aereo ed era sopravvissuto al terribile schianto.

Austin-Hatch crashDieci giorni dopo aver scelto Michigan,  Austin, il padre e la matrigna andarono a passare qualche giorno nella casa estiva di famiglia per festeggiare, ma l’aereo nel quale viaggiavano precipitò su un garage di un paesino del Michigan, uccidendo il padre Stephen, che anche allora pilotava, e la sua matrigna Kim. Austin sopravvisse, pur in gravissime condizioni, con un polmone perforato, una clavicola e diverse costole fratturate, oltre ad altre lesioni, tra le quali un grave trauma cerebrale che portò i medici a indurre il coma farmacologico per cercare di ridurre la pericolosa pressione intracranica dovuta all’incidente.

Dopo due mesi di coma indotto i miglioramenti portarono i medici a svegliare il ragazzo, che quasi subito disse di voler tornare a giocare a basket.  Ovviamente i medici esclusero questa possibilità, visto che prima di tutto Austin doveva imparare di nuovo a parlare e a camminare correttamente, oltre che ad accettare l’orribile notizia della morte del padre – colui che Austin definiva il suo migliore amico, allenatore, insegnante e tifoso numero uno – e della matrigna. I primi tempi furono difficilissimi, visto che si spostava in sedia a rotelle e che a volte non riconosceva neppure amici o parenti. Piano piano però le cose migliorarono e addirittura, a dispetto delle opinioni iniziali dell’équipe medica, Austin iniziò di nuovo a toccare il pallone da basket, e in un anno riuscì nell’impossibile impresa di avere il via libera da parte dei medici per tornare ad allenarsi con la sua squadra di Canterbury High. Il suo coach scelse un match di Febbraio del 2013 per farlo tornare finalmente sul parquet, ma Hatch rifiutò perché pensava fosse ancora troppo presto per giocare ad alti livelli ed essere in grado di dare davvero un contributo rilevante ai suoi compagni. “L’ho detto a tutti: non voglio entrare in campo a giocare solo per la mia storia e per tutto quello che mi è successo. Se non sono in grado di aiutare davvero la mia squadra a vincere allora non merito di giocare”.

Nel frattempo il coach di Michigan John Beilen aveva deciso di onorare comunque la scelta di Austin e di dare al ragazzo la possibilità di giocare con i Wolverlines. Visto che aveva ancora un anno di high school da frequentare, per via del tempo perso dopo l’incidente, Hatch decise di AUSTIN HATCH 2trasferirsi a Los Angeles per vivere con lo zio Michael, ottenendo la possibilità di poter giocare per la scuola di Loyola, a downtown L.A.  Coach Jamal Adams era contentissimo di poter dare la più classica delle second chances a un ragazzo che aveva dovuto subire tanto dalla vita e che soprattutto si impegnava al massimo per essere utile alla squadra e tornare a essere il grande giocatore che prometteva di diventare prima dell’incidente aereo.  Adams disse che adesso era un buon cestista che però in alcuni momenti tornava a essere quello di prima, e che questi momenti stavano diventando sempre più frequenti. Austin continuava ad allenarsi duramente e si impegnava al massimo per dimostrare a tutti che poteva giocare per merito, non per pietà. Soprattutto per ripagare la fiducia di Michigan, che pur non avendo alcuna garanzia di poter contare su un giocatore “vero” come sembrava dovesse essere, aveva onorato l’impegno e mantenuto la borsa di studio per il ragazzo dell’Indiana.

La sera dell’8 Gennaio 2014, dopo 14 partite dall’inizio della stagione, Hatch dice a coach Adams che è pronto a giocare sul serio. Nel quarto quarto, con la gara ampiamente in mano ai Cubs di Loyola, Austin Hatch rientra in campo a giocare in una partita di high school dopo oltre due anni e mezzo dall’incidente aereo in Michigan. Dopo qualche minuto un possesso di Loyola porta il play a passare la palla a Hatch, appostato dietro la linea dei tre punti, nell’angolo destro. È la prima palla toccata da Austin in una partita ufficiale da quasi tre anni. Il giocatore riceve, si alza, lascia partire il tiro e la palla entra dolcemente nel canestro. “Abbiamo fatto canestri all’ultimo secondo, vinto campionati, ma non ho mai provato nulla di simile in un campo da basket”, ha dichiarato coach Adams. “Tutti erano pazzi di felicità per lui, tutta la panchina è entrata in campo, ci siamo presi anche un tecnico per questo, ma valeva davvero la pena. È stata una gioia indescrivibile, metà della gente piangeva, è stato un momento davvero incredibile. L’unico che non piangeva era proprio Austin, che semplicemente sorrideva e dopo aver fatto canestro, mentre veniva sommerso dagli abbracci, mi ha semplicemente detto <Coach, te l’avevo detto che io sono sempre caldo>”.

Gli americani sono bravissimi a raccontare storie di sport in modo avvincente, commovente e narrativamente anche un po’ furbetto, diciamo. Ma ci sono storie come questa che si raccontano da sole senza bisogno di particolari espedienti narrativi, tanto sono incredibili e belle. Non sappiamo se Austin Hatch diventerà un cestista competitivo a livello di college e neppure se Michigan arriverà a farlo giocare per solo merito. Magari non succederà, ma sottovalutare la forza di questo ragazzo è quanto meno “rischioso”.  Comunque vada,  non importa: una persona che è riuscita a sopravvivere a tali botte assestategli dalla vita ha vinto, a prescindere.

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