Calciatori bambini: business e traffico di esseri umani

LeoMessiNiño

Manuel Vázquez Montalban diceva che esistono popoli che creano calciatori ed altri popoli che invece li comprano. Il grande scrittore catalano, morto nel 2003, almeno non ha assistito a tutto quello che è successo negli ultimi dieci anni, con il fenomeno dei bambini calciatori che è ormai simile, con le dovute proporzioni, a quello terribile dei bambini soldato. Il giornalista cileno Juan Pablo Meneses ha recentemente pubblicato il libro “Niños futbolistas“, che è una straordinaria testimonianza e denuncia dei retroscena della continua caccia ai nuovi Maradona e Messi. Una caccia che è ormai diventata un enorme business, che sfiora il vero e proprio traffico di esseri umani.

Prima di scrivere il suo libro Meneses, come tutti, aveva sentito diverse storie terribili sulla vera e propria tratta di bambini che sta dietro  gli splendori dei settori giovanili delle grandi (e meno grandi) squadre di calcio di mezzo mondo. Per andare a fondo ha deciso di costruire una storia applicando lo stesso metodo che usò per il suo precedente libro “La vida de una vaca“, nel quale investigava il mercato della carne in America Latina acquistandosi un vitello per raccontarne tre anni di vita, sino al macello e alla trasformazione in carne da consumo, documentando pertanto il funzionamento della milionaria industria della carne latino-americana. Stavolta ha deciso di trasformarsi in un agente e di “comprare” un bambino cileno per la modica cifra di 200 Euro, scommettendo sul suo talento e sulla sua esplosione come calciatore professionista sino al possibile arrivo al ricco calcio europeo.

La scommessa del giornalista è una scusa per esplorare dall’interno un mondo fatto di illusioni, promesse, tante delusioni, qualche trionfo e molti, moltissimi soldi. L’esempio principale, paradossalmente in negativo, è quello di Lionel Messi, preso dal Barcellona a 12 anni per la cifra di 10.000 Euro, che in poco più di dieci anni è diventato il Leo Messi globale che conosciamo oggi. Un esempio negativo, dicevamo, in quanto le chance di trovare un calciatore del genere sono ovviamente più uniche che rare. Meneses sa benissimo che il suo piccolo calciatore ha poche possibilità di arrivare a un grande club europeo, anche perché dice che se a 14 anni il bambino dimostrerà di essere fortissimo sicuramente scenderebbero in campo agenti, club, fondi di investimento, che lo strapperebbero dalle sue mani vedendone un potenziale campione. Ma soprattutto, un potenziale profitto. Perché alla fin fine di questo parliamo: profitto. Sulla pelle di migliaia di bambini talentuosi, la maggior parte dei quali proviene dai barrios più problematici delle città argentine, uruguayane, brasiliane, cilene, messicane. Per questi bambini, e soprattutto per il loro genitori, il calcio è diventato una cosa diversa dalla semplice passione: è ormai una scommessa, un investimento, oltre che una delle uniche due vie d’uscita dalla vita grama delle baraccopoli metropolitane sudamericane. L’altra è il narcotraffico.

RonaldoNiñoMeneses racconta quanto sia difficile in America Latina trovare un ragazzino promettente che non abbia già un agente. Il giro di soldi attorno al mercato dei giovani calciatori latinoamericani è vertiginoso: per esempio, per il numero di telefono diretto della famiglia di un bambino si pagano 500 dollari, mentre diversi giornalisti sono pagati profumatamente per fornire liste dei migliori giovani prospetti che vedono nei loro rispettivi paesi. La concorrenza tra i 5000 agenti FIFA autorizzati è spietata. I migliori sono quelli con molti contatti e quelli supportati da fondi di investimento, che decidono di scommettere sulla caccia al nuovo Messi accaparrandosi i diritti di decine e decine di bambini, sapendo benissimo che la stragrande maggioranza di loro non ce la farà e tornerà alla umile e pericolosa vita del quartiere, con gli annessi enormi danni sociali provocati da questo fuoco effimero, che altro non è se non l’estremizzazione di un capitalismo spietato che consuma vite per offrire spettacolo ad altri consumatori con potere d’acquisto. Anni fa l’argentino Aimar Centeno vinse un reality show che lo portò al Real Madrid. Ma le cose non andarono benissimo: durante il provino, probabilmente per via della tensione per le aspettative enormi, si procurò uno strappo muscolare e tutto finì. Nessuno rispondeva più alle telefonate, nessuno più lo cercò e dovette tornare a Buenos Aires. Molti bambini poi addirittura non tornano: diversi africani, per esempio, sparirono in Italia dopo esserci stati portati da qualche osservatore e non aver superato i provini. Altri sono finiti nella rete della criminalità o nell’indigenza.

L’età di reclutamento scende sempre di più, malgrado la Fifa, al solito pavidamente in ritardo, abbia cercato di mettere un freno al fenomeno con il Transfer Marching System del 2010, che dovrebbe essere un sistema che registra elettronicamente i dati dei calciatori giovanissimi e che in teoria dovrebbe vietare il loro trasferimento ad una squadra senza essere accompagnati dai genitori. Come sempre, fatta la legge e trovato l’inganno: i club hanno iniziato a trovare un lavoro per  i genitori in modo da farli trasferire assieme ai bambini. Proibito anche questo, semplicemente, i club hanno creato delle sedi in America Latina per contrattare e seguire le giovani promesse direttamente sul posto, per poi portarle in Europa se crescendo dimostrano di avere stoffa. Malgrado questo, nel 2012 il 57% dei bambini arrivati in Italia per giocare in club professionistici aveva meno di 12 anni. Il Barcellona ha stretto un accordo con il Boca Juniors per avere il diritto di scelta dei piccoli calciatori che si formano nella cantera della squadra di Buenos Aires. La stessa squadra catalana possiede i diritti di altre centinaia di giovanissimi calciatori di altri club sudamericani. Anche il Real Madrid si è mosso nella stessa direzione, inaugurando scuole calcio in diversi paesi dell’America Latina, cosa che il Barça già fa da qualche anno. La caccia al nuovo Messi è diventata sempre più spietata: Meneses racconta di un bambino messicano che è stato offerto al Barcellona all’età di dieci anni, mentre un adolescente cileno di 14 anni che viveva per strada, senza nessuna famiglia, è stato comprato dal Brescia per 300 mila dollari. Due anni fa il Real Madrid fece un contratto a Leo Coria, un fenomenale bambino argentino di sette anni, mentre sempre un paio d’anni fa un bimbo olandese di 18 mesi (!) è stato contrattato da un club del suo paese dopo un video pubblicato dal padre su Youtube nel quale il piccolo dimostrava una certa dimestichezza e precisione con il pallone, diciamo. Non sarebbe soprendende se qualcuno avesse voluto fare un contratto a Benjamin Aguero, il figlio di Sergio Aguero e di Giannina Maradona, già prima della sua nascita.

Insomma, l’imperdibile libro di Meneses mette il dito nella piaga e svela con precisione gli oscuri meccanismi  nascosti del calcio d’élite, che SLIDE bambini_africa_dietro i spettacolari ralenty HD e le tante telecamere che seguono l’ennesimo clásico tra Barça e Madrid occulta la sua vera natura di spietato business, che vende un prodotto di consumo a degli spettatori/consumatori volenterosamente ignari di quello che accade nei campetti delle grandi periferie urbane sudamericane e negli uffici di Madrid, Londra, Barcellona, Roma, Monaco. Stiamo attenti quando celebriamo acriticamente i vivai e le cantere. Anche questo è un mercato della carne, ma stavolta si tratta di persone. Si tratta di bambini.

 

 

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