Corea del Nord 1966: L’underdog per eccellenza

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Underdog è una meravigliosa parola inglese usata di solito per le squadre o gli sportivi che, pur partendo come totalmente sfavoriti dai pronostici, meravigliano tutti battendo i più forti. Davide che abbatte Golia è probabilmente il primo underdog della storia, insomma. Ci sono talmente tanti esempi che passeremmo un paio di giorni solo ad elencarli. Tra questi, in breve, ricordiamo la vittoria dell’Uruguay nel celebre maracanazo del mondiale 1950 in Brasile, quella della Germania contro i favoritissimi ungheresi nel 1954, la vittoria dei ragazzi terribili del Celtic Glasgow in finale di Coppa Campioni contro l’Inter nel 1967, l’URSS che batte all’ultimo secondo i favoritissimi Stati Uniti nella finale olimpica di basket a Monaco 1972, la vittoria della Danimarca all’europeo del 1992 e quella della Grecia sempre all’europeo, nel 2004, Ivanisevic che vince Wimbledon nel 2001 partendo da una wild card. Eccetera, eccetera. Forse però, almeno nell’immaginario collettivo italiano, la più grande impresa underdog è l’ 1-0 con il quale la sconosciuta Corea del Nord eliminava i favoritissimi azzurri dal mondiale inglese del 1966. Una sconfitta che in Italia è diventata proverbiale: da allora in poi la parola “Corea” è diventata sinonimo di qualunque disfatta sportiva .

Questo fine settimana a Barcellona si è tenuto l’Offside festival, una tre giorni di documentari calcistici davvero imperdibile. Il film che ha inaugurato la rassegna era “The game of their lives“, che racconta appunto la storia di quella Corea del Nord, l’underdog che nel 1966 eliminò l’Italia con un gol del dentista (*) Pak Doo Ik e che negli ottavi si trovò a condurre per 3-0 dopo 20 minuti contro il Portogallo del grande Eusebio. Il documentario è stato girato nel 2002, dopo anni di attesa del  regista Daniel Gordon, che infine ha ricevuto il via libera per recarsi a Pyongyang con una troupe inglese per intervistare i superstiti di quell’impresa. E già questa è un’impresa di per se. La Corea del Nord è uno dei posti più sconosciuti e misteriosi del mondo, le cose che sappiamo sono pochissime e spesso poco attendibili, qualunque sia la fonte di provenienza. Uno stato ancora tecnicamente in guerra con i fratelli della Corea del Sud e con gli stessi Stati Uniti, che diventa notizia quasi solo per i frequenti movimenti di truppe, le altrettanto frequenti scaramucce di frontiera con il sud, le minacce nucleari, le megalomanie e le bizzarrie del Leader Kim Jong-Un, nipote del Grande Leader (nonché Presidente Eterno) Kim Il-Sung, i viaggi di Dennis Rodman e i mastodontici giochi annuali del popolo che celebrano il regime. Oggi i turisti che si recano nel paese sono in continuo aumento, ma dieci-quindici anni fa era molto difficile entrarci, quindi la testimonianza delle immagini girate da Gordon era rarissima.

North CoreaPak doo Ik, Han Bon Jin, Pak Sung Jin, Rim Jung Son, Yang Song Guk, Myong Rye Hyun. Nomi che a noi occidentali suonano tutti uguali, ma che in Corea del Nord sono i nomi di sportivi che a detta del documentario sono considerati come eroi nazionali, mentre in occidente si diceva che al ritorno in patria dopo l’eliminazione dal mondiale inglese del 1966 vennero trattati come negletti incapaci di difendere la Causa Rivoluzionaria del loro paese. La loro impresa in quel mondiale ha davvero pochi eguali, considerate le condizioni nelle quali si svolse. Negli anni Sessanta la Corea era uscita da pochi anni da una guerra civile sanguinosa che coinvolse direttamente anche gli Stati Uniti e la Cina, oltre ai sovietici, che fornirono armi ai nordcoreani. La penisola coreana venne divisa in due: un nord comunista, vicinissimo ideologicamente alle confinanti Cina maoista e Unione Sovietica, e un sud capitalista e vicino (eufemismo) agli Stati Uniti. Il 38mo parallelo diventò uno dei confini principali della Guerra Fredda, dividendo in due un territorio sino ad allora unito e separando spesso anche villaggi e addirittura famiglie. Una guerra che non è mai finita, almeno tecnicamente. Nessun trattato è stato firmato, solo un armistizio, dal quale, tra l’altro, la Corea del Nord si è ritirata recentemente. Insomma, si tratta di una sorta di pace armata. Da quel momento la Corea del Nord iniziò il suo isolamento e passò a essere un’enigma: nessuno sapeva con esattezza cosa succedeva a nord del 38mo parallelo, in uno stato totalitario dove il culto della personalità del Grande Leader iniziava ad assumere aspetti veramente grotteschi. Lo stesso sport nordcoreano veniva indirizzato dalle direttive collettiviste del Partito, compreso il calcio, uno degli sport più popolari nel paese.

Le qualificazioni per il mondiale inglese del 1966 videro l’assegnazione di un solo posto tra le nazioni africane, asiatiche e del Pacifico. Questo portò a un boicottaggio delle qualificazioni da parte di tutti gli stati, esclusi due: Australia e Corea del Nord. Il problema ulteriore è che le due nazioni in questione, per via della guerra (l’Australia fece parte dell’alleanza ONU che combatté contro nordcoreani e cinesi) non si riconoscevano a vicenda, quindi si decise che le due partite si sarebbero giocate in Cambogia. Nessuno avrebbe scommesso neppure su un pareggio e invece la nazionale di calcio nordcoreana surclassò i sorpresi australiani, annientati dai velocissimi coreani con i risultati di 3-1 e 6-1. La Corea del Nord aveva appena ottenuto il pass per il mondiale del 1966, ma i problemi non erano finiti: neppure l’Inghilterra riconosceva la Repubblica Democratica di Corea, ci furono giorni d’incertezza e lunghe trattative che alla fine si risolsero positivamente e i coreani poterono imbarcarsi nell’aereo verso il Regno Unito. La squadra doveva giocare nel gruppo che già vedeva URSS, Cile e Italia e ovviamente tutti pensavano a una probabilissima eliminazione immediata degli asiatici. Ma le cose andarono diversamente.

La Corea del Nord alloggiava a Middlesbrough e i tifosi locali li adottarono come loro beniamini, per il loro essere, appunto, gli underdog, per l’aria “esotica” della squadra asiatica e per la loro educazione e timidezza. Come non voler bene a un gruppo di calciatori ventenni/trentenni quasi tutti sotto il metro e settanta che stava per andare al massacro contro i giganti russi, le star italiane e i sudamericani? La prima partita effettivamente vide i sovietici battere i coreani 3-0 in una partita messa sul piano fisico dagli europei, che infatti disintegrarono i piccoli e ingenui asiatici. Il tifo della working class di Middlesbrough era sempre per i coreani, ma tutti sapevano che non avrebbero avuto scampo. LaCorea Russia seconda partita vedeva i coreani affrontare il Cile. Gli asiatici iniziarono benissimo, con un calcio veloce e divertente, ma non riuscirono ad approfittare delle occasioni che crearono. I cileni andarono in vantaggio e questa era praticamente la fine del mondiale dei nordcoreani. Prima della loro partenza il Grande Leader li aveva ricevuti personalmente incoraggiandoli (anche qui, eufemismo)a tornare a casa con almeno una o due partite vinte e i calciatori coreani raccontano nel documentario di quanto sentissero la responsabilità di non deludere il Capo Supremo. A pochi minuti dalla fine della partita con i cileni Pak Sung Jin riusciva a pareggiare e portava la squadra asiatica a giocarsi la qualificazione contro gli italiani, ai quali, malgrado la sconfitta con i sovietici, sarebbe bastato un pareggio, vista la vittoria contro il Cile. Ovviamente non ci sarebbe dovuta essere partita: Albertosi, Rivera, Mazzola, Bulgarelli, Facchetti e compagni contro un gruppo di piccoletti semiprofessionisti. Invece, come ben sa qualunque italiano che sappia di calcio, le cose andarono molto diversamente.

Il 19 Luglio del 1966, nel tardo pomeriggio, lo stadio di Middlesbrough accolse la sfida tra i favoritissimi italiani e gli underdog nordcoreani. L’Italia partì fortissimo, creando occasioni su occasioni, senza però finalizzare. I coreani cercavano di rispondere con rapidissimi contropiede e alla fine del primo tempo l’attaccante Pak Doo Ik riusciva a segnare uno storico gol, portando in vantaggio gli asiatici. L’Italia, nel frattempo rimasta in dieci per l’infortunio di Bulgarelli (allora non c’erano sostituzioni), scioccata dal gol di svantaggio, iniziò ad attaccare con furia ma in modo disordinato. Le occasioni ci furono, ma il piccolo portiere nordcoreano si difese alla grande e a dire il vero ci furono anche altre occasioni per gli asiatici, in contropiede. La partita finì 1-0 e i coreani si qualificarono incredibilmente ai quarti di finale. Una vittoria storica per gli asiatici e una sconfitta pesante per gli italiani. Una partita, come abbiamo detto, che entrò nell’immaginario collettivo italiano diventando proverbiale. Nel documentario intervistano anche Mazzola e Rivera, che ricordano lucidamente la partita, ammettendo di aver sottovalutato i coreani e ricordando come vennero accolti al loro inglorioso ritorno in Italia. Ma la vittoria era tutta dei piccoli coreani, che riuscirono in un’impresa irripetibile, felicissimi di essere riusciti a soddisfare le pretese del loro amato Leader. Mezza Middlesbrough, pazza di gioia per l’impresa dei coreani, si spostò a Liverpool per vedere la sfida dei quarti contro il Portogallo del grandissimo Eusebio.

Pak Doo Ik GolA Liverpool la squadra coreana venne mandata a stare in un monastero cattolico che era stato ovviamente preparato per la squadra italiana. I calciatori asiatici, non abituati all’iconografia cattolica e alle immagini del crocifisso, erano quasi terrorizzati dal monastero, ma rimasero e prepararono la sfida con i portoghesi. Il 23 Luglio, al Goodison Park di Liverpool, Portogallo e Corea del Nord si affrontarono nei quarti di finale del mondiale. Anche qui successe l’incredibile: in poco più di 20 minuti i coreani si ritrovarono sul 3-0 grazie a tre velocissimi contropiede e all’atteggiamento molle dei favoriti lusitani, che sottovalutarono colpevolmente la nazionale asiatica. I piccoli coreani (un tifoso inglese dice: “Era come vedere una squadra di fantini giocare a calcio”) inaspettatamente (anche per loro) si ritrovavano a un passo dalla semifinale contro i padroni di casa inglesi. La loro velocità e il loro stile di gioco “collettivista”, oltre alla sottovalutazione generale, stava per sorprendere anche il Portogallo. Sino a quando il fenomenale Eusebio si mise la squadra sulle spalle per asfaltare i poveri coreani: l’attaccante del Mozambico segnò 4 gol nella rimonta lusitana e l’incontro finì 5-3 per i portoghesi.

L’avventura dell’underdog per eccellenza era finita, ma per quella squadra era come se il mondiale l’avessero vinto. Nel documentario i giocatori coreani dicono che tornarono a Pyongyang dove vennero acclamati come eroi nazionali e continuarono a vivere nel loro misterioso paese, facendo lavori diversi, partecipando ai Giochi Annuali del Popolo, commuovendosi sotto l’enorme statua del loro Grande Leader e vedendosi regolarmente per qualche cena, per ricordare quei giorni di gloria tutti assieme. I reduci del 1966 vengono anche riportati per qualche giorno a Middlesbrough, dove chiedono che fine ha fatto il sindaco di allora e incontrano qualcuno dei ragazzini, ormai cresciuti, che tifavano per loro durante quei giorni. In Occidente si dissero cose molto diverse, sul ritorno dei coreani in patria: si disse che la notte prima della partita con i portoghesi la squadra finì a festeggiare in un bar assieme a qualche ragazza inglese e che al ritorno in Corea il furioso Kim Il Sung, dopo aver definito sprezzantemente la squadra come “un mucchio di borghesi rovinati dall’imperialismo occidentale“, spedì alcuni di loro nei gulag . Pak Doo Ik, il giustiziere dell’Italia, non venne coinvolto dalla ritorsione perché pare che non partecipò alla nottata di baldoria per via di una gastrite. Dopo aver “espiato” qualche anno a fare lavori umili, venne riabilitato sino a lavorare come professore di educazione fisica per poi entrare nella gestione dello sport nordcoreano.

Chissà qual è la verità. Tendiamo a credere, con le ovvie (grosse) riserve, a quella raccontata nel documentario. Comunque, l’unica cosa certa è che quella squadra diede una delle più grosse sorprese nella storia dei mondiali, se non dello sport. Speriamo che anche durante il mondiale brasiliano capiterà una storia simile, perché a tutti piacciono gli underdog.

(*)L’altra cosa certa è che Pak Doo Ik, malgrado le leggende urbane occidentali/italiane dicessero il contrario, non era un dentista.

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