Croazia e Serbia: calcio e guerra

zvonimir-bobanStasera, venerdì 22 Marzo, allo stadio Maksimir di Zagabria le nazionali di calcio di Serbia e Croazia si sfideranno per la prima volta nella loro storia, vent’anni dopo la guerra dei Balcani. A dire il vero c’è un precedente che risale al 1999, ma allora la Serbia (con il Montenegro) si chiamava ancora Jugoslavia. Ovviamente non fu una partita come le altre e neppure lo sarà l’incontro di oggi. Troppe cose in ballo, troppo fresche le ferite che ancora non si sono cicatrizzate, malgrado un certo miglioramento nelle relazioni tra i due paesi. Ultimamente l’elezione del nuovo primo ministro serbo, di fede nazionalista, pare aver peggiorato un poco le cose. Ma prima o poi entrambi gli stati dovranno imparare a convivere e speriamo che col tempo le cose si normalizzino. Non è facile, visti i precedenti.

Come abbiamo scritto un paio di volte in altri post in questo blog, l’inizio simbolico della guerra dei Balcani è datato 13 Maggio 1990: il giorno della partita di Zagabria tra Dinamo e Stella Rossa di Belgrado. Probabilmente la partita più famosa che non sia mai stata giocata, simbolizzata dall’immagine del famoso calcio di Zvone Boban al poliziotto jugoslavo, che tutti conosciamo. Quella partita arrivò al culmine del decennio posteriore alla morte di Tito, che vide il progressivo crollo del sistema jugoslavo creato dal Maresciallo croato dopo la Seconda guerra mondiale. Dieci anni di esplosioni di una violenza nazionalista che già covava sotto la cenere da tanto, che vedevano un cieco confronto di tutti contro tutti e l’avvento al potere di politici senza scrupoli che soffiarono sul fuoco di assurde rivendicazioni etniche, sino all’incendio devastante degli anni novanta, che ancora non si è spento del tutto. E lo sport, soprattutto il calcio (ma anche il basket) non poteva esserne ovviamente immune, visto che fondamentalmente si tratta di una rappresentazione della guerra senza armi: si tiene in un campo di battaglia, vede contrapposte due fazioni con rispettive uniformi, con le rispettive bandiere, con gli insulti e le grida, con l’odio verso l’avversario-nemico, con la sete di vittoria e di vendetta. E con l’aggiunta del nazionalismo, il credersi superiori agli altri solo per essere nati in un paese, per dirla alla George Bernard Shaw.

Tigre ArkanGli scontri di quella partita, dicevamo, furono il culmine di un decennio incendiario e videro contrapporsi i Bad Blue Boys della Dinamo Zagabria e i Delije belgradesi, divisi da un odio cieco e paradossalmente legati dal loro nazionalismo altrettanto cieco ed escludente. Molti di quei tifosi presenti quel giorno finirono a trucidarsi nei campi di battaglia dei Balcani e molti dei loro leader si resero responsabili di autentiche atrocità durante quelle sporche guerre. Per esempio, uno dei leader dei Bad Blue Boys di Zagabria venne processato per crimini contro l’umanità, mentre per quanto riguarda il leader dei Delije di Belgrado già si sono versati fiumi d’inchiostro. Trattasi di Zeliko Raztanovic, meglio conosciuto come la tigre Arkan, criminale prestato al tifo calcistico che arrivò a reclutare, grazie anche ai forti appoggi governativi serbi, migliaia e migliaia di ragazzi che formarono la sua milizia paramilitare, responsabile di numerosi massacri ed atrocità in Bosnia e in Croazia. Gli scontri dello stadio Maksimin, ricordati da una targa all’ingresso dello stadio che recita “Ai sostenitori della squadra che su questo terreno iniziarono la guerra contro la Serbia il 13 maggio 1990″, e soprattutto il calcione di Boban al poliziotto jugoslavo, sono in un certo senso davvero una metafora delle successive guerre balcaniche. Infatti il poliziotto in questione non era neppure serbo, ma bosniaco musulmano. Croati e serbi che si fanno la guerra, ma quelli che soffrono di più alla fine sono i bosniaci.

Tornando all’inizio, da allora sono successe molte cose e Croazia e Serbia sono diventati due stati separati. La partita di stasera li vede incontrarsi per la prima volta, anche se, come dicevamo, c’è un precedente del 1999, con la Serbia che ancora si chiamava Jugoslavia ed era ancora unita al Montenegro. C’è un bel documentario che racconta di quella partita, e in questi giorni sono usciti diversi articoli ed interviste sul tema. Si trattava di un match decisivo per la partecipazione agli europei del 2000 e si tenne a Zagabria.  L’incontro d’andata a Belgrado finì a reti bianche e l’atmosfera ovviamente era incandescente. Quello di ritorno, decisivo per poter partecipare all’Europeo olandese del 2000 fu altrettanto incandescente, con fischi assordanti del pubblico croato durante l’inno jugoslavo e un ambiente ferocemente intimidatorio (lo stesso accadde a Belgrado, a parti invertite, per la partita di andata). Si affrontavano giocatori che un tempo erano compagni di squadra, che condivisero vittorie e sconfitte e molti di loro facevano parte della squadra jugoslava vincitrice del mondiale under 20 in Cile. Una squadra, quella, a posteriori yugoslavia_1987davvero fantastica, viste anche le assenze pesanti. A Santiago del Cile si proclamarono campioni del mondo giovani come Boban, Prosinecki, Mijatovic, Suker, Stimac, Jarni, Katanec. E mancavano, come dicevamo, Boksic, Mihajlovic, Djordjevic e Jugovic, tra gli altri.  Se a loro aggiungiamo gente come Dejan Savicevic e Piksi Stojkovic ci rendiamo conto che la nazionale jugoslava avrebbe potuto essere una potenza mondiale negli anni novanta, visto anche l’eccezionale terzo posto della squadra croata ai mondiali francesi del 1998. Ma le cose andarono diversamente e giocatori che solo dodici anni prima vinsero un mondiale juniores assieme si ritrovarono a giocarsi la qualificazione ad un europeo in due squadre avversarie e fieramente “nemiche“. La partita di Zagabria del 1999 finì 2-2 e sancì la qualificazione dei serbo-montenegrini agli europei e l’eliminazione dei croati.

La competitività del calcio balcanico in seguito è praticamente crollata, così come nel basket. Le squadre dell’ ex Jugoslavia sono ormai il fantasma di quello che furono e ormai fanno notizia più che altro per episodi di violenza, soprattutto in Serbia, dove gli incontri della Stella Rossa e quelli del Partizan sono quasi solo una questione di sicurezza. Ma se gli incontri di basket hanno visto e continuano comunque a vedere un netto miglioramento rispetto alla vergogna del podio dell’europeo greco del 1995, anche nei rapporti tra gli ex giocatori ora appartenenti a diverse nazioni, nel calcio le cose non vanno altrettanto bene. Le polemiche seguite all’intervista di Sinisa Mihajlovic alla Gazzetta dello Sport non fanno presagire nulla di buono. Sinisa è tutto fuorché uno stinco di santo, come ben sappiamo in Italia. Eppure stavolta l’intervista in questione sembra sia stata tradotta male in Croazia e si è arrivati persino a definire il selezionatore serbo come persona non gradita. Malgrado i tentativi dello stesso Mihajlovic e del presidente della federcalcio croata Davor Suker di abbassare i toni e comportarsi con la dovuta moderazione, sembra che la tensione stia crescendo e la polizia croata è in stato di massima allerta.

Speriamo che le cose possano finalmente andare bene, anche se lo dubitiamo. Ma prima o poi il tempo farà la sua parte, in modo che coloro che una volta erano fratelli possano essere in futuro amici o almeno vicini cordiali.

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