Cronaca di una fuga

Claudio Tamburrini è un professore argentino, ha 54 anni, vive nella civile Svezia e passa la maggior parte del suo tempo a Goteborg, dove insegna filosofia all’Università. Come ogni docente che si rispetti la sua vita è scandita da lezioni, esami, libri, studenti, ricercatori, presidi. Ha un ottimo stipendio e la possibilità di portare avanti una stimolante attività lavorativa. Viene da Buenos Aires, la città più grande dell’Argentina con i suoi tredici milioni di abitanti. Innamorato del calcio e del suo paese, Tamburrini da giovane era il portiere dell’Alamagro, squadra militante nella Primera B Nacional (la nostra Serie cadetta) e non si trovava in Svezia per caso, ma per necessità. Di più: per una questione di vita o di morte.

Nel 1978 è costretto a scappare dal suo paese per vivere in un esilio forzato, dopo essere stato rapito e aver subito sevizie e torture per quattro mesi, in quanto sospettato di essere un sovversivo ostile al regime di Jorge Rafael Videla, l’ex militare, dittatore e poi presidente argentino dal 1976 al 1981. Quel Videla che attualmente sta scontando nel carcere di Campo de Mayo, a Buenos Aires, due ergastoli e 50 anni di carcere per crimini contro l’umanità, riconosciuti e ammessi da lui stesso, per quanto riguarda almeno ottomila omicidi, nonostante per l’accusa sia colpevole di almeno trentamila.

Tamburrini invece scampò alla morte, scappando il 24 marzo del 1978 con altri tre detenuti: Daniel Rusomano, Guillermo Fernández e Carlos García, e ha sentito la necessità di raccontare al mondo la sua terribile esperienza nel libro “Pase libre – La fuga de la Mansión Seré”. Un’esperienza, per l’appunto, risoltasi nel migliore nei modi al fotofinish grazie all’evasione dalla tristemente nota Mansión Seré, adibita a lager, dove i militari lo avevano imprigionato. Una fuga organizzata da uno dei suoi compagni prigionieri. Solo per un caso fortuito, quindi, il portiere Claudio Tamburrini non fa parte della lunga lista dei desaparecidos, molti dei quali cercano ancora giustizia nei volti e nelle ansie dei poveri familiari rimasti soli.

Questa triste vicenda ha varcato i confini argentini grazie al film di Israel Adrián Caetano, dal titolo “Crónica de una fuga”, presentato al Festival di Cannes del 2006. La parte migliore del racconto è quella finale, dove i giovani improvvisano una fuga completamente nudi, “palle all’aria”, come aveva previsto Guillermo (non potevano fare altrimenti, visto che la detenzione non prevedeva alcun vestito di sorta). La scena in cui i quattro spalancano la finestra della cella, travolti dalla freschezza dell’acqua scrosciante, restando per qualche secondo estasiati guardando in faccia quella libertà reclamata dai loro corpi, è onirica e davvero poetica, e tocca corde emotive che portano lo spettatore a sfiorare le lacrime per l’emozione.

Nonostante non venga mostrata neppure una scena di violenza, la pellicola riesce a catturare ogni attimo di paura, incredulità e terrore dei 120 giorni di strozzante agonia. Una lunga, lenta e insopportabile agonia, alla quale una patota (nomignolo con cui venivano chiamate le squadre di mercenari del regime, che vuol dire “gang” in spagnolo slang), costrinse quei quattro ragazzi e chissà quanti altri, catapultandoli nel limbo della più oscura e spietata malvagità che il cervello umano possa anche solo concepire. Malgrado lasci molto più spazio all’agonica deriva psicologica dei protagonisti rispetto al sangue e alla brutalità dei boia del regime, Caetano ci va pesante soprattutto attraverso questa chiave introspettiva,  solo evocando la crudeltà della carneficina, eppure  mantenendo altissima la veridicità della storia,  come affermato dallo stesso Tamburrini in un’intervista molto interessante.

Sono molto soddisfatto del risultato finale. Quando l’ho visto per la prima volta mi ha toccato profondamente, perché il film è ben fatto: sono state ricostruite tutte le scenografie, tutti i posti, le atmosfere. É stato fatto tutto molto bene e questo mi ha colpito. È un racconto vero, veridico, in tutti i sensi”.

Una storia crudele che poco ha a che fare con lo sport in senso stretto, ma che merita la pena di essere raccontata. Molto spesso siamo costretti a bilanciare le delusioni quotidiane con le gioie sportive del fine settimana, e viceversa. Molto spesso dietro una delusione c’è sempre un rovescio della medaglia, come dietro ogni gioia c’è sempre una delusione che ci aspetta al varco. “Da quel momento, ho costruito tutta la mia vita sulla base di quei fatti. I miei due figli e gli accadimenti narrati nel film, sono le cose più importanti della mia vita. Io rivivrei tutta quell’esperienza… con quel finale, chiaramente (sorride). Io affronto il mio passato con gioia”.

Claudio Tamburrini è un ex portiere che avrebbe potuto avere una carriera davanti e che, nonostante tutto, una carriera l’ha avuta. Uno dei tanti, o uno dei pochi, che ha avuto la fortuna di ritrovare la gioia dopo tanto dolore. Scusate, se è poco.

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