“Dio mi ha detto che devo giocare”

«Rastrellavo la terra coi denti, per trovare qualcosa da mangiare. E quando non trovavo nulla, andavo a rubare. Molti dei miei amici li ho visti morire, se non fossero morti ora verrebbero a svaligiare casa mia» (Taribo West)

Tutti (tranne il povero Kanchelskis) ricordano con affetto Taribo West. Roccioso – eufemismo – difensore nigeriano diventato popolare ai tempi dell’Inter di Gigi Simoni per le sue treccine e per i suoi fallacci al limite, e talvolta oltre, del regolamento. Perfino di quello carcerario. Grintoso e irruento al punto giusto, Taribo. Palla o uomo, sembrava essere il suo motto. Molte volte più il secondo che la prima. Faceva calcisticamente parte di quella schiera di stopper antichi, duri e puri, che avevano in Pasquale Bruno e Paolo Montero i capisaldi e in Tarcisio Burgnich il maestro indiscusso. Tutt’altra pasta insomma, rispetto ai palleggiatori capaci di impostare il gioco che vennero dopo, come ad esempio Alessandro Nesta – bignami di eleganza e classe, prototipo del difensore moderno e lontano parente di Franz Beckenbauer.

Gli stopper in questione erano diversi: tenebrosi, sempre seri, mai domi, temibilissimi sulle palle alte ma soprattutto su quelle basse, spauracchi delle esili caviglie avversarie. Specialità della casa: tackle in corsa sulle gambe del malcapitato, meglio se in tentativo di recupero subito dopo essere stati saltati dal fantasista di turno o dallo smorfioso goleador agile come una gazzella. Ma è scritto pure sui muri: la gazzella quando si sveglia sa che deve correre. E fuggire, sempre. Randellatori di professione, altro che gli operai nelle catene di montaggio metallurgiche. Molto spesso con la fascia al braccio e autorevolezza da vendere. Dalla Terza Categoria alla serie A (di una volta), il numero 5 in quegli ultimi venti metri dettava legge. La sua, soltanto. Dredd – la legge sono io. Buttare il cuore oltre l’ostacolo era il punto di partenza, non il disperato tentativo di arrivare alla fine dell’ultimo giro di lancetta quando la benzina era finita.

Taribo West viene da Port Harcourt, città sul Delta del Niger di circa un milione e mezzo di abitanti. Quest’area è tristemente famosa per la devastazione ambientale e sociale provocata dal continuo sfruttamento della risorsa principale dell’intera Nigeria, il petrolio, da parte delle grandi multinazionali del settore, come la Shell, l’Eni e l’Agip. La sua, come quella della maggior parte dei bambini provenienti da simili zone disagiate, non deve essere stata un’infanzia facile. Da piccolo, si legge su Wikipedia, “era incaricato nell’andare a pescare e portare la cena per tutta la famiglia”. Niente a che vedere con gli oratori o le protettive ed educative scuole calcio.

Arriva a Milano dalla Francia, sponda Auxerre, quando la Ligue 1 era soltanto una rampa di lancio per giovani talenti e non il luogo di approdo di campionissimi con l’obiettivo di ampliare il portafoglio. Se non fosse per il suo bizzarro look sarebbe passato inosservato perfino alla Pinetina, in quel periodo (e in tanti altri) landa desolata, luogo di passaggio e scalo internazionale, appunto, per dozzine di calciatori. Una Babilonia calcistica mai vista. Gigi Simoni notò subito che da quel ragazzone dal carattere burbero e dal fisico possente, se disciplinato, ci si poteva tirare fuori un bel giocatore. Scommessa non proprio vinta, anzi, diciamo quasi persa. Taribo, come tutto quell’assembramento di mezzi calciatori e qualche buon giocatore, più un fuoriclasse assoluto, azzeccò una stagione arrivando a sfiorare pure uno scudetto, ma niente più. Qualche gol importante e tanti, tantissimi falli e comportamenti indisciplinati. Il suo tallone d’Achille e la sua specialità. Il suo genio e la sua sregolatezza.

Dopo quasi 10 anni tra panchine – molte – e maglie da titolare – poche – passa al Milan quando ormai, nonostante tutto, è un beniamino del tifo nerazzurro. Conquistò San Siro con il suo impegno e la perenne forza nei contrasti, con la quale compensava l’assenza di talento, la scarsa propensione al palleggio e la poca sagacia tattica. Memorabile la volta in cui subì senza fiatare, a bordo campo, la ricucitura di uno zigomo grondante di sangue con dei punti di sutura, per poi rientrare in partita come se niente fosse. Le treccine però di colpo diventano magicamente rossonere, anche se soltanto per 4 partite. Conclude la sua avventura italiana perfino con un gol, all’ultima giornata. Poi comincia il suo pellegrinaggio in giro per il mondo: Derby County, Kaiserslautern, Partizan Belgrado, Al-Arabi, Plymouth Argyle, Julius Berger, la sua prima squadra nigeriana, e Payak. Nove stati, tre Continenti. Il suo secondo pellegrinaggio.

West aveva infatti già espresso la sua fede proprio quando viveva a Milano. Si era convertito a vita religiosa fondando la chiesa Shelter in the Storm e dal nulla si autoproclamò pastore pentecostale, comportamento che gli valse, assieme agli altri motivi (compresi i maltrattamenti), la denuncia da parte della moglie per non aver consumato il matrimonio. A Marcello Lippi, allora tecnico dell’Inter, una volta disse: “Dio mi ha detto che devo giocare”. Serafica la risposta del viareggino: “Strano! A me non ha detto niente”. Taribo West era difficile da capire, da avere in squadra e da avere accanto nella vita privata. Un personaggio dalle mille sfumature, dalle decisioni discutibili e dalla storia atipica e poliedrica. Con George Weah ha fondato una scuola calcio e da solo porta avanti la Taribo West Foundation in soccorso dei bimbi nigeriani in difficoltà «che, come me, non hanno avuto la possibilità di studiare e di poter seguire un adulto come esempio. Io sono un privilegiato, una volta non avevo le scarpe invece adesso mi pagano per metterle, ma non dimentico le mie origini». Attualmente, tanto per dirne un’altra, ha tagliato le treccine e sta preparando la sua candidatura a presidente della Nigeria. Ancora non si conosce il suo programma. Speriamo almeno lì riesca a tirare fuori la diplomazia e la calma che non ha mai avuto in campo e, soprattutto, nella vita.

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