Falcao e il rifiuto che gelò un intero stadio

Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore è forse la frase più (ab)usata della storia della musica italiana, quando ci si riferisce a una partita di calcio. Tratta dalla canzone La leva calcistica del ’68, è stata scritta da Francesco De Gregori e la si può trovare nell’album Titanic del 1982. Sembra calzare a pennello per un sacco di storie, come la maggior parte delle frasi famose.

Chi non conosce qualcuno che abbia sbagliato un calcio di rigore? Dal compagno di squadra in Terza categoria, all’amico delle giovanili, bollato e preso in giro a vita per quell’errore. E pure l’avversario più temibile, sbeffeggiato subito dopo essersi messo le mani nei capelli. Persino in piazzetta, all’oratorio o in spiaggia: non puoi fallire da lì. A tutte le latitudini, fare fiasco dagli undici metri, soprattutto se la posta in palio è importante, consegna di diritto al tempio dell’immortalità calcistica. Quella negativa, ovviamente. Da Baggio Roberto da Caldogno a Di Biagio Luigi da Roma; da Cabrini Antonio, da Cremona, a Terry John George da Londra. Nessuno, che si trovi in periferia o in una grande piazza sfugge alla memoria crudele e spietata del tifoso. L’attaccante del Boca Martin Palermo riuscì addirittura nell’impresa di fallirne tre di fila in una sola partita, in Coppa America. Roba da Guinness dei primati.

Ma quanti tengono il conto di chi, invece, un rigore decisivo non l’ha voluto tirare? Coloro che in mezzo alla foga della partita hanno detto “no, oggi non lo tiro”, sottraendosi a uno dei ruoli più importanti di una squadra di calcio: il rigorista. Il Divin Codino (sempre lui) si rifiutò, dicono, di calciare la sfera contro la porta viola, ancora nel suo cuore nonostante il passaggio l’anno prima in maglia bianconera. Firenze non dimenticò mai quel gesto e anche a Torino se lo ricordano molto bene, seppur con spirito diverso. Ma forse il caso più emblematico fu il rifiuto di quello che, ancora prima di Totti e Giannini, veniva considerato l’ottavo Re di Roma (e pure Divino, anticipando mezzo  futuro soprannome di Roberto Baggio): Paulo Roberto Falcao.

Prototipo del regista moderno e dotato di un’eleganza fuori dal comune, il brasiliano aggiungeva a queste caratteristiche la più classica tra le peculiarità del calciatore europeo: l’eccellenza della fase difensiva. Un autentico dominatore delle trequarti, la propria e quella avversaria. Falcao dominatore lo era non solo in campo, ma anche nelle serate notturne romane, e la sua popolarità arrivava a oscurare persino quella di personalità politiche nazionali o dello spettacolo. Siamo nell’Italia degli anni ’80 e la Milano da bere ha fatto ormai scuola in tutto il Paese, tanto che la capitale non poté astenersi dal creare quei famigerati salotti ai quali ancora oggi viene naturale affiancare l’aggettivo romani. Tipo quando si dice zona e subito si pensa a Cesarini. Sono gli anni che seguono quelli bui delle contestazioni e quelli delle battaglie in strada degli anni ’70.  Gli italianibravagente cominciano di nuovo a respirare ed a riassaporare  la voglia di divertirsi. Un po’ come gli ultimi anni dei Seventies negli States, dopo la fine della guerra in Vietnam.

Nel periodo del suo massimo splendore non v’era party o serata di gala, quindi, che non tentasse di accaparrarsi la presenza del brasiliano ormai simbolo di una città intera. Dal Piper al Jackie’O, da via Veneto a Piazza di Spagna, soltanto averlo di passaggio era sinonimo di classe, lusso e fantasia. Proprio come quando lo si ammirava in campo. Ecco perché con lui la Roma poteva sentirsi, se non imbattibile, quantomeno capace di potersela giocare con chiunque, Liverpool compreso, avversario nella sciagurata finale di Coppa dei Campioni del 1984. Il giorno in cui Falcao involontariamente tradì uno stadio intero.

La città arrivò a quella partita travolta da un misto di tensione, incredulità e speranza. Insomma, il solito cocktail che permette di farti volare alto quando le cose vanno bene e catapultarti in basso quando la sorte comincia a girare male. La cosiddetta piazza difficile, come tutti hanno ormai imparato a definire la malattia del tifo della capitale, sponda giallorossa soprattutto, che miete “vittime” al primo errore senza concedere il tempo per una seconda chance. Quella sera gli spalti gremiti dell’Olimpico erano pronti a spingere i propri beniamini alla conclusione di un ciclo storico. Mancava soltanto la ciliegina sulla torta: la coppa con le orecchie. Nei novanta minuti e nei successivi supplementari Roma e Liverpool non riuscirono ad andare oltre l’1 a 1: al gol iniziale in mischia di Neal rispose a fine primo tempo una girata di testa in avvitamento all’indietro del bomber Roberto Pruzzo. Nei concitati secondi prima di battere i calci di rigore le telecamere indugiano su Falcao, che accusa di nuovo il fastidio che lo tormentava da settimane. Un fastidio che quasi gli aveva impedito di scendere in campo nella partita più importante della storia giallorossa. Nonostante avesse stretto i denti, non era servito, non aveva dato il meglio di sé. Avulso dalla manovra, come direbbero i commentatori più esperti.

Poteva avere l’occasione di rifarsi ai calci di rigore, come la ebbe Gigi Di Biagio, anni dopo il fatidico errore con la Francia; come la ebbe Daniele De Rossi dopo l’espulsione con gli Stati Uniti, insaccando uno dei rigori decisivi per il titolo mondiale del 2006, sempre contro i transalpini; come la ebbe il Milan, sempre contro il Liverpool, due anni dopo Istanbul e quei maledetti rigori. L’occasione di rifarsi dall’errore dal dischetto dagli undici metri che non ebbe mai Roberto Baggio (pur non avendone bisogno) per riaffermare la sua grandezza. Insomma, quei bivi che il destino ti preconfeziona quasi senza nemmeno accorgertene, quando bisogna avere  anche del coraggio per andare a inforcare la direzione giusta.

Falcao, invece, inaspettatamente si tirò indietro, forse davvero per il malore che azzoppava uno dei suoi arti, forse per la stanchezza dopo una stagione stremante e una gara troppo dispendiosa anche dal punto di vista mentale, oltre che fisico. O magari sopraggiunse il timore del rischio di poter tradire una città intera, se la palla non fosse finita ad accarezzare la rete. Il Divino rimase a terra, dolorante. Roma perdeva il suo condottiero e tutti si sentirono meno sicuri, l’Olimpico mugugnava e pochi perdonarono al fuoriclasse brasiliano quel rifiuto. Tutto era perso ancora prima di cominciare. Ancora prima di finire. Dopo quella gara il rapporto con la città che lo aveva amato, coccolato e reso grande ancora più di quanto non lo fosse già stato, non fu più lo stesso. Su queste cose Roma non perdona, l’ha dimostrato negli anni. Chissà quanti tifosi giallorossi hanno provato a immaginare una sliding door alternativa, quasi come una puntata di Lost. Quanti hanno sognato quel numero 5 alzarsi verso la porta avversaria e insaccare con classe e sicurezza il pallone in rete? Quanti lo immaginarono e ancora oggi immaginano di vederlo alzare la Coppa dei Campioni dopo aver segnato il rigore decisivo?

Invece calciò Ciccio Graziani, ma sulla traversa, che a sua volta spedì la palla in piccionaia. Non bastò neanche il “vai Ciccio” di Bruno Pizzul, che cominciò lì la sua carriera, secondo molti, di porta sfortuna. Pochi secondi dopo il Liverpool alzava al cielo la sua seconda Coppa dei Campioni. Sbagliò persino Bruno Conti. Graziani non ebbe mai una seconda chance di rifarsi, neppure dopo una vita da discreto commentatore televisivo e da allenatore buono soltanto per un reality show.

Ma almeno lui, quella sera, il coraggio di scegliere una destinazione, ignota o conosciuta che fosse, l’ha avuto.

In questo link il videoracconto di quella partita, faccia dolorante di Falcao e vai Ciccio compresi.

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