Fat City – Città amara

Fine anni Sessanta: Billy Turner è un ex pugile di ventinove anni, una mezza dozzina dei quali spesi sul ring senza aver mai raggiunto il successo. Rancoroso con Ruben, il suo avaro manager reo di non averlo accompagnato a Panama per sostenerlo nell’incontro più importante della carriera, comincia a bere e a vagare per i bar di Stockton, California, dove conosce Oma, una donna alcolizzata e fragile che malgrado stia con un altro uomo lo invita a vivere nel suo piccolo e sporco appartamento. La povera cittadina californiana, che accoglie tra i propri marciapiedi destini incerti e anime sbandate di svariati tipi, è ancora oggi classificabile come un meltin pot con forte prevalenza di ispanici e messicani. Proprio assieme a questi ultimi Billy si mette in fila per strada per raccattare lavori occasionali come raccoglitore nei campi attorno alla città.

Ma il lavoro non ingrana, complice la sua passione per l’alcool che lo convince, dopo una rissa in un bar, di poter essere ancora in grado di tornare a combattere. Si ripresenta in una palestra due anni dopo aver chiesto, senza restituirli, venti dollari a Ruben per riprendere gli allenamenti e casualmente lì incontra Ernie, un giovane diciottenne squattrinato che si sfoga dandoci dentro con il sacco. Billy si sente la mano calda e lo invita a un allenamento sul ring ma dopo poco si rende conto di riuscire a stento a contenere il temperamento dello sconosciuto ragazzino. Grazie all’esperienza nota le sue doti e lo manda dal vecchio Ruben per un provino. E qui inizia la storia parallela di Billy e Ernie, del mondo della boxe e della vita dei cosiddetti “ultimi”, coloro i quali hanno solo visto passare di fronte ai propri occhi il tanto sospirato successo e la realizzazione dei propri sogni.

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Fat City (1969), romanzo di Leonard Gardner e trasposizione cinematografica (1971, trattata in questo articolo) del regista John Huston, è uno dei racconti americani più potenti e importanti del genere loser, sportivo e non solo. Divenuto un classico con il passare del tempo, sia il libro che il film sono da considerarsi degli elementi chiave per comprendere quali siano i passaggi obbligati che ogni perdente che si rispetti debba affrontare almeno una volta nella vita. La storia di Ernie comincia ad assomigliare molto a quella di Billy, che nelle speranze del giovane rivede le proprie, svanite troppo presto. Ad esempio, nell’improvviso matrimonio che allontana il giovane dal ring, Turner rivede se stesso e la miccia che innescò quella serie di eventi che lo lasceranno sul lastrico. Anche da questo riceve lo stimolo per poter combattere ancora e (ri)convincersi dei propri mezzi. Sconfigge nell’unico incontro – dopo essersi ripresentato dal vecchio manager – il temibile picchiatore Lucero, ma solo perché quest’ultimo è frenato dal lungo viaggio e da un mal di stomaco.

Ogni piccolo apparente successo è controbilanciato da un fallimento, ogni risvolto apparentemente positivo (l’incontro con una donna; la vittoria contro Lucero; il matrimonio di Ernie) ne nasconde uno apparentemente negativo (la donna è alcolizzata e sta con un altro; la vittoria solo per il malore dell’avversario; la moglie di Ernie vergine e ora incinta). Come dicevamo, a ogni evento positivo ne corrispondono altrettanti negativi. E viceversa. Fat City, questa storia di perdenti e dimenticati da Dio, diventa un film di successo che lancia la giovanissima e futura star Jeff Bridges, nella parte di Ernie. L’attrice Susan Tyrell, grazie alla sua interpretazione di Oma, guadagna una nomination all’Oscar.

stacy-keach-et-jeff-bridgesÈ grazie a questi dettagli, per niente piccoli, che Fat City merita l’attenzione e la fama che ha guadagnato negli anni, perché non si tratta “soltanto” di una storia di sfortunati pugili alcolizzati di periferia caduti in disgrazia. È soprattutto una storia di solitudine, quella che rende simile Stockton a New York. La metropoli e la piccola città, il paesino e il sobborgo. I personaggi di Fat City sono maledettamente soli, come George di A Single Man, seppur viva a Los Angeles. Il manager che non ti capisce, la donna che preferisce bere che starti vicino. Billy e Ernie si ritrovano a prendere un caffè al bar e a sospirare sulle proprie vite, su quello che poteva essere e non è stato.

Infine una curiosità apparentemente banale: nella pagina italiana di Wikipedia del film per la parte di Lucero è accreditato un tale Sixto Rodriguez. Si tratta del pugile campione di California dei pesi massimi leggeri a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, non del cantautore dimenticato da tutti (come erroneamente indicato su Wikipedia) la cui storia ha recentemente sbancato i botteghini arrivando a vincere un Oscar come miglior documentario. Alla fine, se conoscete la sua storia musicale, tutto torna: forse aveva davvero ragione Bukowski con quel “Don’t try” scolpito nella sua lapide.

Ma alcune volte, evidentemente, qualcuno ci prova per te.

E funziona.

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