Nessuno scrive al colonnello Puskas

Sapete qual è la parola ungherese più conosciuta al mondo? Puskas.

Sapete com’è chiamato il premio FIFA per il gol più bello della stagione? Premio Puskas.

Sapete qual è stato l’unico calciatore della storia a segnare 4 gol in una finale di Coppa dei Campioni? Esatto, Puskas.

Si farebbe prima a parlare solo con i numeri: 84 gol su 85 partite in nazionale, l’ultima delle quali giocata nel 1956 a 29 anni. In Ungheria: 352 gol in 341 partite; in Spagna: 156 gol in 180 partite. Una macchina. Ma i numeri non dicono mai tutto. C’è una storia, che merita di essere raccontata. Come tutte le storie.

Ferenc Puskas nasce come Ferenc Purczeld nei sobborghi di Budapest nel 1927. Il padre è costretto a cambiare il cognome, di origine tedesco, per uno più “ungherese”. Vive in una casa a fianco di un campo di calcio, guarda caso. Il padre diviene prima giocatore e poi allenatore del Kispest, la squadra che negli anni cinquanta verrà poi chiamata Honved, nome con il quale è entrata nella storia del calcio, dove ovviamente inizia a giocare il piccolo Ferenc.

La storia di Öcsi Puskas è la solita storia dei bambini talentuosi e iperdotati che sembra siano nati solo per giocare al calcio. Il ragazzino ha un talento sbalorditivo ed esordisce in prima squadra a sedici anni, assieme al suo amico e pure lui futuro formidabile nazionale ungherese, Bozsik. Ovviamente brucia le tappe e il suo sinistro magico, maradoniano diremmo oggi, la sua tecnica sublime, il suo tiro potentissimo e di una precisione assurda (Luis Suarez disse che una volta, in allenamento, Puskas piazzò il pallone ad una ventina di metri dalla porta e su 30 tiri colpi 27 volte il palo. Di proposito. Nel 1961, invece, contro l’Atletico Madrid, segnò una punizione-bomba piazzando la palla all’incrocio opposto, ma l’arbitro annullò il gol perché non aveva fischiato. Il magiaro riprese il pallone e sparò una punizione-bomba fotocopia, piazzando di nuovo il pallone sotto lo stesso incrocio), la visione di gioco, lo portano a prestazioni quasi irripetibili. Aiutato da una generazione di giocatori di talento anche questa quasi irripetibile, che dà vita ad una delle squadre storiche del calcio di sempre: l’Ungheria chiamata La Squadra d’Oro. Una squadra che può contare tra gli altri anche su campioni come Sandor Kocsis, Zoltan Czibor, lo stesso Bozsik e il primo falso centravanti della storia, Nandor Hidegkuti. Una squadra che pecca di abbondanza, visto che per motivi extra-sportivi (di cui parleremo tra poco) non può schierare il grandissimo Laszlo Kubala, lo straordinario attaccante che negli anni cinquanta costrinse il Barcellona a costruire il Camp Nou, perché lo storico stadio di Les Corts era diventato troppo piccolo per poter accogliere chi voleva vederlo giocare. Una squadra per la quale l’aggettivo mitica è per una volta ben speso, il cui gioco anticipa quel calcio totale che in seguito farà la fortuna degli olandesi e di altre magnifiche squadre.

 Gli ungheresi sbalordiscono il mondo. Nel 1952 stravincono le olimpiadi di Helsinki a suon di gol, nel 1953 firmano la prima vittoria ever di una squadra ospite a Wembley, strapazzando i maestri inglesi con il risultato di 3-6. Gli inglesi vogliono la rivincita e volano a Budapest, dove vengono di nuovo ridicolizzati dai magiari per 7-1. Insomma, uno squadrone destinato alla storia. Nel frattempo però la Storia con la maiuscola irrompe nel destino della Aranycspat e soprattutto del popolo ungherese. Dopo la seconda Guerra mondiale i comunisti stalinisti prendono il potere a Budapest e lo sport, soprattutto il calcio, viene ovviamente usato dal governo per fini politici. La Honved diventa la squadra dell’esercito e lo stesso Puskas, il capitano, entra a far parte dell’esercito arrivando addirittura al grado di colonello. Pur non avendo mai toccato un’arma e interessandosi poco o nulla alla politica. Il clima è ovviamente plumbeo. Uno dei giocatori della Honved che tenta di scappare, a fine anni Quaranta, viene bloccato al confine e giustiziato dal governo filo sovietico, come esempio per tutti gli altri. Un fuoriclasse come Kubala, che come abbiamo detto prima farà le fortune del Barcellona, riesce ad andare via quasi subito, sempre a fine anni Quaranta, per non fare più ritorno in Ungheria. Puskas e gli altri continuano a giocare, usati dal regime a scopo propagandistico, diventando comunque eroi per il popolo ungherese.

Il mondiale del 1954 in Svizzera vede il team magiaro come favorito indiscusso. Nelle prime due partite segnano 9 gol alla Corea ed 8 gol alla Germania, che però schiera molte riserve. In questa partita Puskas viene scientificamente picchiato dal suo marcatore tedesco, sino a provocarne un infortunio che gli farà perdere le seguenti partite, tra le quali i quarti di finale contro il Brasile, partita entrata nella storia come la Battaglia di Berna per essere stata una delle più violente partite di calcio di sempre, con risse, fallacci, espulsioni dirette, pugni, bottigliate ed una violentissima scazzottata negli spogliatoi. Il selezionatore Sebes si ritrova con taglio suturato con quattro punti, mentre uno dei giocatori finisce all’ospedale dopo essere svenuto per le botte ricevute. Comunque, anche senza Puskas, i fenomenali magiari battono i brasiliani per 4-2 e si qualificano per la semifinale, dove battono ai supplementari anche i campioni uscenti dell’Uruguay, pure qui 4-2. Una partita meravigliosa, finita 2-2 ai tempi regolamentari, con un tiro dell’uruguagio Schiaffino respinto sulla linea di porta all’ultimo istante, seguito nei supplementari dalla doppietta di “testa d’oro” Sandor Kocsic, che manda i magiari in finale.

La finale si gioca a Berna e vede affrontarsi Ungheria e Germania Ovest. La partita entrerà nella storia per essersi conclusa uno dei risultati più sorprendenti di sempre, tanto da essere conosciuta come Il miracolo di Berna. Puskas, non al massimo, gioca dall’inizio la finale. E tanto per cambiare segna il primo gol ungherese, al sesto minuto. I magiari raddoppiano due minuti dopo e la partita sembra di nuovo segnata. Invece i tedeschi, capitanati dal fenomenale capitano Fritz Walter, raddrizzano l’incontro nel giro di dieci minuti, pareggiando sul 2-2. La partita è ancora lunga e le occasioni, i pali e le traverse per gli magiari si sprecano, ma i tedeschi resistono, anche grazie alla violenta pioggia scatenatasi nel frattempo, che, assieme alle nuove scarpe fornite da Adi Dassler (sì, proprio mr. Adidas) favorisce enormemente il loro gioco più fisico. La Germania va addirittura in vantaggio, all’84° minuto, anticipando la nota legge-Lineker. L’Ungheria pareggia con Puskas pochi minuti dopo, ma il gol viene annullato per un fuorigioco più che dubbio dello stesso Ferenc. La partita finisce con la vittoria tedesca, ancora oggi considerata una delle più grandi imprese di sempre. Ma pure una delle più grandi ingiustizie di sempre (Vladimir Dimitrijevic dedica un capitolo intero del meraviglioso “La vita è un pallone rotondo” a questa squadra, parlando di quel giorno come della “più grande tragedia della storia del calcio” e descrivendo la squadra magiara come la più grande che sia mai esistita), visto il valore delle squadre e visto quello che viene fuori in seguito. Pare infatti che i giocatori tedeschi soffirono di uno strano male itterico e diverse inchieste, anche tedesche, ipotizzarono l’uso di anfetamine in finale da parte della squadra campione, con l’itterizia (che costringerà ad un lungo stop diversi giocatori) provocata dalla mancata sterilizzazione delle siringhe. Ma tant’è, i tedeschi sono campioni (ed iniziano il loro ciclo di grandi risultati con la loro nazionale, che continua sino ad oggi), mentre i favoriti, la magnifica Aranycspat, sono solo secondi. Anche se la storia li riconoscerà come i vincitori morali.

Ovviamente i politici, la stampa e l’opinione pubblica ungherese reagiscono malissimo alla sconfitta. I giocatori, Puskas in primis, vengono insultati ed addirittura accusati di corruzione. La vita è dura per gli ungheresi e la loro unica possibilità di riscatto, il loro circensem, viene ferocemente delusa. Nel frattempo gli eventi precipitano, sino alla rivoluzione del 1956, che vede il popolo abbattere il governo filo-stalinista. E la risposta sovietica non si fa attendere. I tank russi invadono Budapest e tutta l’Ungheria per reprimere nel sangue la rivolta popolare. Durante la rivoluzione si sparge addirittura la voce della morte di Puskas a fianco del popolo in rivolta. Ovviamente non è vero, Ferenc e la Honved sono in tournée in Austria.

Alla fine il colonnello, nel frattempo raggiunto dalla moglie e dalla figlia, decide di non tornare in Ungheria e la federazione magiara nega il suo possibile trasferimento ad un’altra squadra. Puskas vive tra Austria ed Italia (Bordighera), senza possibilità di fare l’unica cosa che sa: giocare a pallone. Sono giorni duri, nei quali la sua tendenza alla pinguetudine si accentua e lo porta ad ingrassare 18 chili. Torniamo però per un momento alla finale contro la Germania di Fritz Walter. Anzi, torniamo ancora più indietro nel tempo, durante la Seconda Guerra Mondiale, per la quale il giovanissimo Fritz Walter viene reclutato suo malgrado e paracadutato sul fronte al confine tra Ungheria e Slovacchia. Il giovane calciatore tedesco viene fatto presto prigioniero ed internato in un campo di prigionia (dove tra l’altro contrae la malaria). Durante la prigionia gioca qualche partita con i guardiani ungheresi. Quando i sovietici arrivano per deportare tutti i prigionieri tedeschi nei gulag, le guardie ungheresi salvano la vita al giocatore tedesco certificandone la nazionalità austriaca. Walter torna in Germania e torna a giocare alla grande, battendo anche i magiari nella finale di Berna, ma non dimenticherà mai l’episodio. Dopo l’invasione russa dell’Ungheria, infatti, durante tutti quei mesi ed anni durissimi per Puskas e gli altri ungheresi che decisero di non tornare in patria, Fritz Walter li aiuterà moltissimo, organizzando svariate amichevoli e prestando persino dei soldi ad alcuni di loro.

Torniamo a Puskas. Alla fine il Real Madrid di Bernabeu decide di ingaggiarlo, infischiandosene del veto della Fifa e della Federazione ungherese. Puskas promette al presidente del Real di rimettersi in forma e mantiene la promessa, diventando per gli spagnoli el cañoncito, Pancho e pure el cicle, per via della sua straordinaria tecnica. Inizia l’epoca d’oro del grande Real Madrid, quello di Gento, Kopa, Santamaria, Puskas ed un certo Alfredo Di Stefano. Un’altra delle squadre leggendarie del calcio di sempre, che inanella vittorie su vittorie, sbriciolando record su record. Nel 1960 il Real vince la Coppa dei Campioni battendo in una partita meravigliosa l’Eintracht Francoforte per 7-3, con tripletta di Di Stefano e quaterna del fenomeno magiaro, un record ancora oggi insuperato. Puskas vince tantissimo e si adatta perfettamente a Madrid, prendendo il passaporto spagnolo e addirittura arrivando a giocare qualche partita con la Spagna. Prova anche a fare qualche affare al di fuori del mondo del calcio, aprendo un negozio di salsicce a Madrid, vicino al Bernabeu. Si dirà poi che il magiaro non era molto portato per gli affari, vista anche la sua esagerata e nota propensione ad aiutare chiunque gli chiedesse aiuto. Ma tant’è, il suo mondo è il calcio. Puskas si ritira a 39 anni ed inizia a girare per il mondo facendo l’allenatore. Con risultati a dire il vero non eclatanti, eccetto la finale di Coppa dei Campioni miracolosamente raggiunta da allenatore del Panatinaikos nel 1971, persa contro il grandissimo Ajax di Johan Cruyff.

Dopo tanto girovagare, nel 1993, dopo la caduta della cortina di ferro e il ritorno alla democrazia in Ungheria, viene convinto a ritornare in patria. Malgrado i suoi dubbi, viene accolto da eroe e finalmente può vivere di nuovo nella sua terra, con i suoi familiari ed i suoi amici, gli ex giocatori della Squadra d’oro. Ma c’è l’alzheimer dietro l’angolo.

Puskas inizia ad avvertirne i sintomi e peggiora rapidamente, malgrado le cure ed il vitalizio concessogli dal governo ungherese. Nel 2002 lo stadio di Budapest viene rinominato Puskas Ferenc Stadion e il vecchio campione, ormai malato, partecipa alla celebrazione e calcia pure un pallone, mentre piange commosso, e con lui tutti i presenti allo stadio.

Il 17 Novembre 2006 Ferenc Puskas muore di polmonite a Budapest. La notizia viene ripresa e trasmessa in tutti i principali media del mondo, perché il Colonello Puskas, Öcsi il bambino di Kizpest, l’idolo delle folle, il sinistro magico, è appena diventato Immortale.

 

Commenti

  1. […] errore quando litigò con Sepp Herberger, il commissario tecnico della nazionale tedesca di calcio, che vinse miracolosamente il mondiale svizzero del 1954 anche grazie alle scarpe fornite da Adidas. Il trionfo dei tedeschi “griffati” da Adi Dassler fece letteralmente decollare il […]

  2. […] la vittoria dell’Uruguay nel celebre maracanazo del mondiale 1950 in Brasile, quella della Germania contro i favoritissimi ungheresi nel 1954, la vittoria dei ragazzi terribili del Celtic Glasgow in finale di Coppa Campioni contro […]

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