Heartland

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“Inno nazionale”. L’incipit di Heartland prova a raccontare la storia ancora prima che cominci. Perché, in fondo, è di questo che si tratta. Uno spietato viaggio nelle periferie metropolitane e nelle viscere dell’Inghilterra più disillusa, stritolata tra la cura Thatcher e il fallimento laburista di Tony Blair, marchiata a fuoco dall’inesorabile avanzata dei conflitti religiosi, esplosi in maniera preoccupante dopo gli attacchi dell’11 settembre. Mentre negli anni della Lady di ferro Londra cresceva ed esplodeva catalizzando su di sé l’attenzione del resto del mondo, godendosi lo scettro di una modernità e innovazione oggi ormai diventata maniera, andavano sviluppandosi in tutto il Regno Unito sobborghi identici ai piccoli agglomerati urbani che la composta middle class inglese aveva intravisto, sì e no, in qualche rotocalco televisivo o al massimo su qualche servizio del (solito) Guardian. Invece sotto il tappeto della borghesia colta andava a nascondersi troppa polvere e arrivò il momento, coinciso con l’avvento di Blair, in cui la misura era colma. Non solo l’insoddisfazione di una vita relegata ai margini del successo scintillante della capitale, ma anche il disgregarsi di culture e sottoculture che assieme ai soliti conflitti generazionali cominciavano a strizzare l’occhio all’odio religioso.

Se tutto questo non bastasse a rendere problematica la situazione in un sobborgo come tanti – quello immaginario di Dudley nelle West Midlands, scenografia di Heartland, di Antony Cartwright (editore 66than22, 289 pp, 2013) – proviamo ad aggiungere un fantomatico progetto di costruzione di una mega-moschea, giusto per rendere la situazione ancora più tesa e delicata. Il dibattito quotidiano sulla costruzione della moschea, con l’estremizzazione fattane dal British National Party, che ne combatte la costruzione, inizia a creare il panico, quindi si decide di risolverlo in maniera apparentemente civile. Per distendere i toni viene organizzata la partita di calcio tra il Cinderneath – formazione locale – e una rappresentativa di ragazzi musulmani, locali anche loro e ben integrati.

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È l’altra faccia della medaglia del Regno Unito che si rigira su sé stessa. Conflitti inimmaginabili nella terra dove la tolleranza è servita assieme a biscotti e tè. Assieme al calcio. Proprio per questo la decisione di affrontare un conflitto viene affidata, come si dice in gergo, al campo. L’era della globalizzazione rigurgita frammenti metallici infuocati che invece di toccare suolo a Ground Zero vanno a schiantarsi nei comodi e tranquilli marciapiedi occidentali di Piccadilly. Alcuni dritti dritti a Dudley, dove la situazione degli abitanti è già abbastanza tesa e insicura di par suo. I Boeing non sventrarono soltanto le due torri più famose al mondo ma anche gli anfratti più nascosti della tolleranza delle diversità, andando a colpire in particolare, inevitabilmente, il mondo medio orientale. Rob, il protagonista di quest’opera anglosassone, si muove nella propria realtà e tra i fatti che gli accadono senza poterli contrastare, subendoli. Il prezzo da pagare è la continua ricerca di sé stessi senza, forse, venirne a capo mai. Come tutti, d’altronde.

In omaggio alla terra dove è nato il football, tutto accade nell’arco dei novanta minuti di Argentina – Inghilterra del mondiale 2002. Le due gare, contro Maradona e Allah, si intrecciano andando a formare una telecronaca che parte dal luogo simbolo per eccellenza del calcio britannico: il pub. Quel posto che in Inghilterra equivale(va) a una moltitudine di sfaccettature che dalla parola “società” derivano, come socializzare, socialità e anche socialismo, perché no. A seguire la sfida contro i temutissimi Batistuta e compagni ci sono quasi tutti i protagonisti di questa fumosa e alcolica storia, ognuno con la propria vicenda che lascia il segno: chi è un ex calciatore ora insegnante di sostegno, chi è candidato al municipio, chi è lì per la partita e basta, chi ha scelte difficili e dolorose davanti a sé, chi rimpiange il passato, chi vorrebbe semplicemente cambiarlo.

Tra la mezza dozzina di sottotrame spicca sempre lei, The Glorious Nation, quell’Inghilterra che nel calcio, per il calcio e sul calcio ha passato quasi la metà di una giornata, quella della partita. Durante la settimana c’è spazio per la famiglia e il lavoro, gli amici e, perché no, tante sbronze e qualche scazzottata. You know, la moviola no, we got no time. Nel calcio del Regno Unito, al massimo, è un’azione palla al piede di qualcuno troppo lento che stenta a tenere il passo. O perlomeno così era, prima che due aerei sventrassero le due torri più famose al mondo.

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