Il Gattone slovacco

Key Biscayne, Florida, 1987, torneo Lipton ATP in corso. In campo si affrontano due tennisti, entrambi cecoslovacchi, ma diversi come il giorno e la notte: uno è il ceco Ivan Lendl, il terribile, dittatore del tennis mondiale nella seconda metà degli anni Ottanta. L’altro è lo slovacco Miroslav Mecir, numero 4 del mondo, il più classico degli ipertalentuosi-perdenti. Lendl è conosciutissimo per le sue strategie volte a perdere tempo e destabilizzare l’avversario (come poi racconterà Brad Gilbert nel suo “Winning ugly”). Tra queste strategie c’è il vero e proprio abuso degli asciugamani, dispersi praticamente in ogni angolo del campo, con i raccattapalle sempre a correre a destra e a manca per porgerli al tennista ceco/americano. Che sicuramente suda come un dannato, ma approfitta ampiamente della sua copiosa traspirazione per innervosire il tennista avversario. Stavolta Mecir non ci sta e inizia a protesticchiare e beffarsi del cattivo Ivan, pretendendo anche lui caterve di asciugamani dappertutto. Lendl reagisce con la solita cattiveria agonistica prendendo letteralmente a pallate il tennista slovacco, recuperando due palle break e portando a casa il gioco. Anche se la partita e il torneo, alla fine, andranno stranamente a Miroslav Mecir.

Tutti conosciamo il grande Gianni Clerici, no? Oltre ad essere un enorme giornalista-scrittore è un cronista di tennis inarrivabile. Le sue cronache in coppia con l’altro mostro sacro Rino Tommasi erano e continuano ad essere delle vere e proprie opere d’arte, che riuscivano a rendere interessante persino un primo turno di Wimbledon tra un Bruguera e un Berasategui qualsiasi. Clerici è famoso anche per i geniali nomignoli affibbiati ai tennisti del circuito. Tra questi nomignoli, il migliore è quello che usava per Miroslav Mecir, appunto: Gattone. Uno pseudonimo talmente entrato nell’immaginario collettivo da essere presente persino nella scheda ATP dell’ex giocatore.

Gattone Mecir. Tennista atipico come quasi nessuno, geniale e purissimo talento che non riuscì mai a vincere un Grande Slam ma che si prese comunque qualche soddisfazione, come la vittoria alle Olimpiadi di Seul, le prime con il tennis in programma. Capace di exploit incredibili e colpi talmente belli da risultare a volte irreali, spesso spariva letteralmente dal campo ed era capace di perdere con un triplo 6-0 da un qualificato sopra il trecento. Dotato dell’agonismo e della cattiveria di un cucciolo appena nato, in certe giornate la sua indolenza era proprio fastidiosa. Ma in altre giornate guardare un suo match era un’esperienza quasi divina. Alto e allampanato, si aggirava  lentamente e pigramente per il campo con aria apparentemente noncurante, sornione, in modo quasi scazzato. Poi, improvvisamene, tirava fuori dal cilindro certe rasoiate semplicemente sublimi, mai violente o brutali, con un anticipo fuori dal mondo, con quegli angoli che sfidavano letteralmente le leggi della fisica e quel personalissimo, creativo e beffardo tocco magico che mandava fuori giri soprattutto gli odiosi tennisti svedesi (escluso l’enorme Stefan Edberg) fotocopie di Borg, antesignani degli orridi terraioli spagnoli. Ma anche  i brutali picchiatori proto-bollettierani che iniziavano ad affacciarsi, purtroppo, in un circuito che iniziava a perdere la sua poesia. A parte Lendl, la sua nemesi, che lo batteva quasi sempre facendone polpette, come testimoniato dai crudeli e miseri dodici giochi lasciatigli in due finali di Slam.

The Big Cat si ritirò nel 1990 a soli 26 anni, tormentato dai problemi alla schiena. Problemi che furono sicuramente alla base del suo mancato exploit come campione vero e proprio, aggiunti al suo servizio che era letteralmente uno scherzo. Uno dei peggiori servizi di sempre del circuito professionista, che lo portò ad usare più di una volta la battuta da sotto per evitare il doppio fallo. Mica a sorpresa, come Chang con Lendl, quella volta. Eppure, malgrado la battuta ridicola, riusciva ad essere un ottimo giocatore di rete per via del suo tocco con pochi eguali e dei suoi imprevedibili attacchi controtempo in accelerazione, grazie al suo stile unico che ne faceva un giocatore indefinibile, che provocava il panico negli avversari che non riuscivano assolutamente a leggere il suo gioco e come detto andavano fuori giri per via di tutte quelle variazioni, palle senza peso, accelerazioni, angoli creativi. Il suo rovescio bimane era letale e pure bellissimo da vedere, pur essendo bimane, appunto.

Cosa avrebbe fatto con una schiena decente e un servizio almeno accettabile? Dove sarebbe arrivato? Avrebbe vinto almeno uno Slam? Chi lo sa, forse è meglio così. Si racconta che nel Gennaio del 1986 si giocava il Master a New York, al quale partecipavano i primi sedici giocatori del mondo. Mecir era il numero nove e il giorno prima dell’inizio del torneo sarebbe dovuto essere a New York per la festa d’inaugurazione, con McEnroe, Wilander, Lendl, Edberg, Leconte, Noah e altri. Ma lui non c’era, malgrado avesse confermato la sua partecipazione e non avesse subito nessun infortunio. Non lo trovarono da nessuna parte e alla fine qualcuno chiamò la sua famiglia: il Gattone era accampato sulla riva di uno sperduto lago cecoslovacco a pescare da solo. Si era completamente dimenticato del torneo. E’ una leggenda, forse, ma rende l’idea.

Meglio così, alla fine. Perché magari si sarebbe trasformato anche lui in un triste e vincente ragioniere e calcolatore, perdendo la sua poesia. Senza dubbio, meglio così. Perché altrimenti non sarebbe stato più quell’alto, sonnecchiante, scazzato e adorabile ragazzo con i riccioli perennemente arruffati e la barbetta rossiccia da pigro impenitente, apparentemente (mica tanto) svogliato e assente, totalmente assorto nel suo mondo, dal quale ogni tanto emergeva fulmineo, inaspettatamente, balzando sulla palla per rispedirla dall’altra parte della rete con una traiettoria inspiegabile. Un gattone, insomma. Ricordiamo pure che fu uno degli ultimi ad abbandonare la racchetta di legno. Non gli andavano le nuove racchette in graffite e preferì semplicemente continuare con i vecchi e cari legni, sino a dire basta. L’ultimo dei romantici.

Oggi Miroslav Mecir ha 48 anni ed è il capitano in Coppa Davis della squadra slovacca. Ha un figlio ventiquattrenne che gioca a tennis ma che si aggira attorno al numero 400 del circuito. Non ha il talento accecante del padre, ma ha imparato da lui a pescare, per rilassarsi e pensare. Pazientemente, con calma, per poi poter balzare fulmineo sul pesce con una zampata improvvisa. Come un gattone.

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