Il giorno in cui il Basket non fu più lo stesso

Siamo nel 1966, Texas, Stati Uniti d’America. Don Haskins è uno dei tanti coach che sbuffano a bordo parquet del liceo, uno qualsiasi. Tra una partita e l’altra del roster femminile che allena, scandisce il ritmo tranquillo di una vita serena e del suo matrimonio felice, dal quale ha avuto due dolci figliolette. Poi arriva un’offerta professionale improvvisa, tutt’altro che attesa: l’Università di El Paso lo contatta per guidare i Miners del Texas Western College. Evidentemente il lavoro paga, deve aver pensato Don. Ha 36 anni, è giovane e ha poca esperienza, ma a bordo campo dimostra di avere carisma da vendere. La possibilità di partecipare al secondo campionato più importante di basket degli Stati Uniti, la NCAA, lo alletta e lo spinge ad accettare non senza qualche esitazione iniziale. Dopo aver scambiato due parole con il preside dei Miners, Haskins però capisce di trovarsi non proprio nella migliore delle situazioni o perlomeno non in quella sperata: la squadra è da rifondare e la dirigenza non crede troppo nella sua possibilità di fare un buon campionato. In poche parole, non ci sono soldi quasi neppure per le canotte da gioco e non ci sono giocatori forti abbastanza su cui fare affidamento. Le potenzialità sono ridotte al minimo. Ma soprattutto, le ambizioni che crescono dentro al nuovo coach non sono proprio le stesse di chi gli sta attorno.

Haskins allora prende la situazione di petto (caratteristica che gli varrà in futuro il soprannome “The Bear”, L’orso) investe soldi di tasca sua e comincia a girare gli Stati Uniti in cerca di campioni con uno stile di gioco che si sposi con gli schemi che gli ronzano in testa. Torna indietro con sette giocatori di colore strappati alla strada a cui si aggiungono altri cinque bianchi che completano la rosa. Ma c’è un serio problema: deve fare i conti con la mentalità chiusa e razzista del Texas. Il basket, allora, non era lo sport che conosciamo oggi. La quasi totalità dei roster era appannaggio dei bianchi in tutti i parquet. Il coach se ne infischia pur avendo tutti contro, a cominciare dal preside e in un primo momento dai suoi collaboratori più stretti e va avanti per la sua strada. Domina il campionato dando spettacolo, arriva in finale e addirittura vince il titolo contro i Wildcats di Kentucky, guidati in campo da Pat Riley e in panchina dal monumento della NCAA, Adolph Rupp.

Ma il suo vero capolavoro è un altro. La sera prima della partita più importante della NCAA e forse del basket americano in generale, Don non riesce a dormire, troppo alta la posta in palio. In gioco non c’è più soltanto un titolo universitario ma una delle contraddizioni più profonde degli Stati Uniti, quel razzismo di fondo che ancora non ha abbandonato i nipoti di Abramo Lincoln. Allora raduna intorno alla mezzanotte la squadra al completo e sulle gradinate dove il giorno dopo si giocherà la finale annuncia, con un discorso memorabile, che a giocare quella finale saranno soltanto i sette giocatori neri. Un intero quintetto di neri in una partita ufficiale, per di più la finale NCAA. Mai successo prima. Prima di Abdul Jabbar, Magic Johnson, Jordan e Le Bron James. Don Haskins gioca duro contro tutta l’America. Apre la strada al futuro spazzando via pregiudizi già uccisi dal presente, rispedendoli nella storia, nel passato, in cui dovrebbero sempre far parte e dove purtroppo ancora oggi rischiano di non invecchiare. I Miners avevano un modo di giocare rivoluzionario rispetto all’eleganza dei bianchi di quei tempi. Veloci, dritti a canestro, agili e sempre alla ricerca del numero tanto in voga adesso. Degli anticipatori di quello che la NBA è oggi. Qualsiasi amante di questo sport che si consideri tale, non può non conoscere la storia dei Miners del Texas. Bobby Joe Hill, il faro di quella squadra, è considerato anche da mostri sacri di questo sport come il capostipite di un modo di giocare che farà breccia nel cuore di tutti gli amanti del basket. Un leader che dopo questa impresa lascerà la pallacanestro e rimarrà per sempre l’eroe di El Paso, città che ricambierà scendendo in piazza nel giorno del funerale del suo cestista più amato.

Questa strabiliante storia è raccontata in un film passato quasi inosservato (mai distribuito al cinema): Glory Road – Vincere cambia tutto. Soprattutto la finale è stata ricostruita nei minimi particolari, compresi i due famossissimi steal ravvicinati di Bobby Joe Hill ai danni di Pat Riley, considerati da tutti il momento cruciale in cui i Miners spezzarono moralmente le gambe ai Wildcats. Esatte anche le parole del discorso di Haskins la notte prima della partita decisiva e impressionante la somiglianza degli attori con gli atleti originali. Ironico, pungente e tratti drammatico, questo film è consigliato a chi ama lo sport a sfondo sociale, nonostante in alcuni tratti la pellicola sia troppo didascalica e spesso volutamente strappalacrime (soprattutto nelle scene in cui compaiono i genitori dei ragazzi e nella parte finale). Di sicuro c’è che la prima ora è quasi perfetta: l’ingaggio del coach, il giro negli States, i sobborghi dove Don va a scovare i futuri campioni. E ancora, i bianchi che si amalgamano coi neri all’interno dello stesso team. La storia prende corpo pian piano e ci si ritrova dentro quasi senza accorgersene. Fanno da corredo nei titoli di coda brevi interviste e immagini reali di quella finale, per una storia che racconta quanto lo sport possa infrangere anche le barriere più alte in onore della civiltà.

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