La leggenda del Trinche Carlovich

Come disse Borges, ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio. È che certe storie sono vecchie come il mondo. E sempre continueranno a riproporsi, sino a quando il calcio, e lo sport in generale, continueranno ad avere ancora quel pizzico di magia che malgrado tutto ci lascia ancora meravigliati, a bocca aperta, sognanti.

Piccolo excursus semi-personale: anni fa, durante la mia adolescenza, Gianfranco Matteoli da Ovodda era già un giocatore affermato in serie A ed in breve avrebbe vinto pure uno scudetto con l’Inter: il famoso scudetto dei record del 1989. Eppure, ad Ovodda si parlava di un giocatore locale, tal Marietto Sedda, che era forse pure migliore di Matteoli. Ma a differenza del famosissimo compaesano rimase a giocare nel paesino natale, a deliziare i palati degli spettatori di campionati minori, al massimo di Eccellenza. Storie come questa, ovviamente, saltavano fuori frequentemente. E tutti sapevamo che spesso si trattava di semplici invenzioni tramandate nelle infinite chiacchierate dei Bar Sport, leggende metropolitane proprie di paesini abbarbicati alle montagne del Gennargentu, dove se un bambino voleva praticare un poco di sport poteva solo prendere a calci un pallone. “Se non gli piacesse tanto bere, se avesse più voglia, se vattelapesca”. Ripeto, la stragrande maggioranza delle volte erano semplici esagerazioni dei contastorie di paese, che Dio li benedica. Ma a volte c’era del vero, in quelle storie. Per tornare a Marietto, io lo vidi giocare spesso ed effettivamente era fenomenale. Ma per davvero. Va bene, magari non sarebbe arrivato in Nazionale e non avrebbe vinto uno scudetto agli ordini del Trap, ma era uno davvero fuori dal comune.

Ecco, quando l’anno scorso lessi la storia di Tomás Felipe Carlovich, non potevo non ricordarmi di quei calciatori dilettanti ovoddesi, di quelle storie semi-inventate sui giocatori che calcavano quei campi in terra (non) battuta di paesini remoti e sconosciuti ai più. Non potevo non pensare alla leggenda che sempre vince sulla realtà, come mostrò molti anni fa il grande John Ford raccontando del killer di Liberty Valance.

Chi era questo Carlovich? Partiamo da Diego Armando Maradona, che sicuramente non ha bisogno di presentazioni. A fine carriera el Pelusa finì a giocare a Rosario, nel Newell’s Old Boys. Un giornalista lo accolse dicendosi onorato di poter incontrare il più grande giocatore di sempre ed El Diego, come sempre velocissimo anche di lingua, rispose che il miglior giocatore di sempre aveva giocato a Rosario ed era El Trinche Carlovich. Addirittura.

Rosario, quindi. Città di nascita di uno dei sette figli di Mario Carlovich, un emigrante jugoslavo, venuto alla luce un giorno di Aprile del 1949. Rosario, città di nascita di un certo Leo Messi. E di Cesar Luis Menotti. E di Marcelo Bielsa. E tanti altri, non solo legati al mondo del calcio. Tra questi, per esempio, un certo Ernesto Guevara de la Serna. E il geniale scrittore Roberto Fontanarrosa, El Negro, purtroppo non abbastanza conosciuto in Europa, rosarino sino al midollo.

Se qualcuno si trovasse in città e avesse voglia di fare una passeggiata per il quartiere Belgrano, magari potrebbe chiedere in giro sul Trinche. E non troverebbe alcuna persona che non sappia chi è. Tutti conoscono le storie su Carlovich e le ripropongono continuamente. Forse qualche volta esagerando, ma chissenefrega. Tutti sanno chi era quel centrocampista centrale mancino che giocava da Dio e che nella sua carriera giocò solo tre partite nella prima divisione argentina, barcamenandosi più che altro tra la seconda e la terza serie. Tutto qui? Sì, tutto qui. La sua carriera fu proprio questa: alquanto modesta. Ed a questa carriera bisogna forse aggiungere una sola partita in più: quella che El Trinche (soprannome affibbiatogli da qualche amico, per motivi che neppure lui ricorda), che allora era appena stato promosso nella serie A argentina con il Central Cordoba, la terza squadra di Rosario, giocò da titolare in una selezione rosarina, integrata da 5 giocatori del Newell’s e altri 5 del Rosario Central.

Lui era l’unico non proveniente dalle due grandi rivali di Rosario. Questa squadra affrontò in amichevole la nazionale argentina, che si preparava per il mondiale tedesco del 1974. La partita fu un autentico massacro calcistico. La selezione rosarina vinceva per 3-0 già alla fine del primo tempo e il protagonista assoluto fu quel centrocampista mancino con il numero 5, che praticamente prese calcisticamente per i fondelli chiunque osava avvicinarsi per provare a rubargli l’amata palla. Tunnel e controtunnel, stop magici, finte, tocchi geniali, dribbling assurdi, passaggi impossibili. Un baño, come si dice in spagnolo. Si dice (ovviamente nessuno lo sa per certo: per fortuna, aggiungerei) che il selezionatore della rappresentativa argentina chiese all’allenatore della selezione di Rosario di sostituire quel centrocampista che li stava distruggendo con la fantasia. Sta di fatto che nel secondo tempo Carlovich venne sostituito e comunque la partita fini per 3-1 a favore dei rosarini. E chiunque la vide conserva il ricordo indelebile di quel genio che ridicolizzò chiunque tentasse di rubargli la scena.

Com’è possibile che un simile fuoriclasse non abbia avuto una carriera degna del suo talento quasi insultante? Forse c’è un episodio, raccontato da un suo compagno di squadra dell’Independiente di Mendoza, dove Carlovich andó a giocare nel 1976, che può essere d’aiuto. Si giocava una partita ed El Trinche non vedeva l’ora di tornarsene a Rosario. Il fatto è che se avesse giocato l’intero match avrebbe sicuramente perso l’autobus. Pertanto alla fine del primo tempo si fece espellere, si fece una rapida doccia e scappò a prendere il bus che l’avrebbe riportato a casa. Alla sua Macondo. Ci sono tante altre storie simili che si raccontano sul Trinche. E lui invece dice che spesso si tratta di invenzioni, che non sono cose vere. “Bueno, habré hecho algun caño de ida y vuelta, però no es para tanto”, dice lui. Il caño de ida y vuelta era una delle sue specialità. Non si trattava altro, letteralmente, del tunnel di andata e ritorno. Ossia, ridicolizzava l’avversario con un tunnel. Poi aspettava e ne faceva un altro, sempre allo stesso avversario.

Dicono (ancora, dicono) che facesse questi doppi tunnel anche dietro richiesta del pubblico. Dicono che lo cercarono i Cosmos americani e pure qualche squadra europea. Dicono che non gli piacesse minimamente alzarsi alle 8 del mattino per allenarsi, che odiasse gli allenamenti e che preferiva andare a pescare, oppure andarsene in giro per il barrio. Dicono che molti andavano a vedere le partite del Central Cordoba solo per vederlo giocare. Dice Valdano che Marcelo Bielsa per 4 anni non si perse nessuna partita della squadra charrúa per poter vedere Carlovich. Dice lo stesso Trinche che una volta venne espulso e la quasi rivoluzione del pubblico costrinse l’arbitro a riammetterlo in partita. Dicono che quando in partita incontrava avversari troppo difensivi, si sedeva provocatoriamente sul pallone aspettando che uscissero dalla loro area. Dicono che venne convocato per una sorta di pre-selezione per il mondiale del 1978, quello in Argentina, quello dei generali, e che lui non si presentò perchè durante il viaggio si fermò a pescare in un fiume.

C’è questo splendido documentario di Canal Plus España dedicato a Carlovich, dove in molti parlano di lui. Menotti, Jorge Valdano, l’estasiato Josè Pekerman. E tutti dicono la loro, in una sorta di Citizan Kane parecchio working class e molto argentino. Dicono che era il tipico giocatore rosarino de la calle, de potrero (che sarebbe, americanizzando, da playground), tutto tocchetti, tacchi, poca corsa, tunnel, dribbling, stile. Che era meglio di Maradona. Che somigliasse nel gioco a Redondo. Dicono che purtoppo si ritrovò nel posto sbagliato e soprattutto nel momento sbagliato, visto che in quegli anni iniziava la preponderanza di un calcio fisico ed atletico che per El Trinche era come il fumo negli occhi. Dicono un sacco di cose, tutti.

Lui al massimo si spostò a giocare a Mendoza, come dicevamo prima. Per tornare praticamente tutte le settimane a Rosario. Sino al 1979, quando tornò definitivamente a casa per giocare di nuovo nel suo amato Central Cordoba, tra la seconda e la terza divisione argentina. Senza rimpiangere troppo di non essere arrivato (“Y que es, llegar?“). Preferendo rimanere a casa sua e giocando a calcio semplicemente per il piacere di giocare, vicino alla sua famiglia, ai suoi amici, ai suoi affetti. Chiudendo la sua carriera da calciatore con i charrúa. Continuando la sua vita come se niente fosse, lavorando come muratore assieme al fratello e di volta in quando dando qualche calcio ad un pallone, così per sentire la pelota, accarezzarla, trattarla bene. Poi un’operazione all’anca non gli permise più di toccarla, quella pelota, e non gli permise più di pisar una cancha. Quanto darebbe ancora oggi, El Trinche, per poter entrare in campo, anche solo per qualche minuto, e dare ancora qualche calcio alla sua amata palla, accarezzarla, trattarla bene. E come piange, solo a pensarci.

Oggi Tomás Felipe Carlovich allena una squadra di quartiere, pasandosela bien. E si riunisce spesso per qualche asado con i suoi ex compagni del Central Cordoba. Con i suoi amici, nella sua Macondo, che non ha mai voluto lasciare. Cosa ha lasciato invece El Trinche, per i posteri? Di lui dicono tantissime cose, come abbiamo visto. Eppure, incredibilmente, non c’è un solo video che mostri una sola azione del calciatore rosarino. Zero. Nessun Youtube o Vimeo a mostrare i suoi caños de ida y vuelta, nessun video neppure sgranato di quel famoso baile che la selezione rosarina diede alla nazionale argentina. Solo qualche ritaglio ingiallito dei giornali dell’epoca. E soprattutto, il ricordo della gente, la memoria ed i racconti di chi lo vide. Perchè la memoria è tutto. E pazienza se non tutto corrisponde alla realtà, nella Leggenda. Perchè la Leggenda non morirà mai. Del resto, parafrasando il Gabo, non importa come in realtà si vive la vita, ma come la si ricorda e come la si racconta.

Ecco, sino a quando ancora esisterà in qualche strada di un qualunque paesino del mondo un bambino che prende a calci un pallone, sino a quando si racconteranno le gesta di sconosciuti calciatori nei bar di paese, la Leggenda del Trinche continuerà a vivere.

(Fonti: Informe Robinson, Canal Plus España; Panenka)

Commenti

  1. emanuelef scrive:

    bella storia, classica sudamericana… scritta bene, complimenti! unica piccolissima (e trascurabile) cosa che no me gusta mucho, è l’utilizzo di playoground… calle, barrio, potrero: lo spagnolo è decisamente più poetico dell’inglese!!! cmq, bella storia, complimenti!!

    1. julianrossmag scrive:

      beh, playground è sicuramente di più facile comprensione di “potrero”, ne converrai. comunque capisco, per certe cose è molto più poetico il castellano.

  2. Brais scrive:

    Più che un commento a questa storia – raccontata con dovizia e lirismi puntuali – il mio vuol essere una “protesi” al tuo excursus semiperonsale. Perché il messaggio che arriva da quello che scrivi è di alimentare le leggende, sì?
    Io contro Marietto Sedda ci ho giocato (in verità ero in panchina: ma anche Bordon è da considerare un campeon del mundial ’82, giusto?), ed era proprio come affermi tu: fenomenale. Non un aggettivo in più, non uno in meno. Si diceva (sempre si dice), nei bar sport ma sopratutto negli spogliatoi polevorosi della Barbagia di Ollolai e del Gennargentu in genere, che fu Marietto e non Gianfranco a superare il provino col Como. Alla fine si dovette ripiegare sulla seconda scelta (che a quel che “si dice” era suo cugino) per un imprecisato problema di salute del numero 10 dell’Ovodda. Marietto, a quanto pare, non superò le visite mediche e fu “condannato” ad una magnifica carriera fra i dilettanti. Aneddoti che, come te, ho udito un milione di volte con le mie stesse orecchie, magari mentre calzavo gli scarpini Pantofola D’Oro o indossavo una di quelle mitiche casacchine in lanedda, ma che in verità non mi sono mai state confermate dal diretto interessato, o da una fonte credibile. Quel che ti piacerà sapere invece (e di sicuro non è leggenda) è che oggi la serie A Sedda l’ha raggiunta in qualche modo, dato che è uno degli osservatori del Cagliari Calcio. Il suo ultimo miracolo (comprovabilissimo nel caso venga candidato a beatitudini e santità) è stato quello di aver scoperto il talentuoso Marco Sau di Tonara, per il Cagliari Football Club, appunto. Indovina chi l’ha investito di tale ruolo?
    Della serie i boomerang tornano sempre indietro…

    Complimenti per il pezzo.

    1. julianrossmag scrive:

      Io pure ho giocato contro Marietto un paio di volte. non ero in panchina, a dire il vero, hehe. Ma si trattava di amichevoli che facevamo contro l’Ovodda ad Olzai. Micidiale, comunque. Punizioni incredibili.
      conoscevo la storiella/leggenda che stai raccontando, ma nn sapevo ora fosse osservatore del Cagliari! Vero, il cerchio si chiude, ehhh.
      PS:sì, lo scopo era quello di stare sul confine sempre labile tra leggenda e realtà.
      Grazie per i complimenti!

      Saluti,

      PIKSI

  3. […] non adatto al calcio moderno. Noi crediamo che Matt abbia avuto la sfortuna di essere stato, come tanti altri, al posto sbagliato nel momento sbagliato. Iniziò a giocare in un campionato inglese pre-premier […]

  4. "Que viva El Trinche". Storia di Tomás Carlovich, che non volle essere Maradona - L'uomo nel pallone scrive:

    […] Julian Ross: La leggenda del Trinche Carlovich  […]

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