La leggenda di Earl Manigault: The Goat

Esistono alcune storie universali che sembra si ripetano continuamente e che ci pare di conoscere da sempre. Storie che potremmo usare all’infinito, semplicemente cambiando i nomi dei protagonisti, l’epoca e il luogo degli avvenimenti.

Ecco, la storia di Earl Manigault assomiglia a quella di Tomas Felipe Carlovich, in un certo senso. Due sport diversissimi, ma due storie molto simili di outsider dal talento inarrivabile provenienti dalla strada , di cui si raccontano ancora oggi storie incredibili, che non arrivarono al top dei loro rispettivi sport (“y que es, llegar” disse El trinche) per motivi diversi. Due storie dove la leggenda e  la realtà si incrociano senza soluzione di continuità e dove non esistono, incredibilmente per il mondo attuale, testimonianze video delle loro gesta, ma solo il riconoscimento, a volte postumo, della loro leggendaria bravura nel rispettivo sport. Riguardo Carlovich si usa la testimonianza di Diego Maradona, che disse a un giornalista di Rosario che il miglior giocatore ever della città di Leo Messi era un tal Trinche, che giocò a malapena qualche partita nella serie A argentina. Per Manigault basta invece l’intervista di un certo Kareem Abdul Jabbar, che il giorno del suo ritiro, alla domanda su chi fosse stato l’avversario più forte mai incontrato, rispose senza esitazioni: The goat. Che era il soprannome di Earl Manigault. La cosa risulta sorprendente, visto il calibro degli avversari/compagni di Jabbar durante la sua carriera. Niente Doctor J., Earl Monroe, Chamberlain, Magic, Larry Bird, Jordan. No, nessuno di loro: il cestista più forte mai visto da Kareem era un giocatore leggendario dei playground newyorkesi che l’allora Lew Alcindor affrontò negli incredibili tornei del Rucker Park ad Harlem, e che una volta, come ebbe a raccontare Kareem, andò a schiacciare saltando letteralmente sopra lui e Connie The Hawk Hawkins.

Insomma, parole grosse. Soprattutto perché si trattava di un cestista di 1,85 scarsi (Kareem era 2,18, per esempio), che però aveva capacità atletiche sbalorditive che ne facevano qualcosa di mai visto prima.  The Goat, la capra. C’è chi dice che le sue capacità di salto fuori dal normale (si dice avesse un’elevazione di 135/140 cm) portarono al soprannome. Mentre probabilmente la ragione fu lo storpiamento del suo cognome, Manigault, a portare all’immortale nickname. Il migliore di tutti, quindi? Bisogna ricordarsi che il basket non è solo NBA o NCAA, ma anche, e soprattutto, uno sport da playground. Parte integrante della vita nel ghetto nelle grandi metropoli statunitensi, soprattutto NYC. Dove spesso i migliori non sono i Jordan, i Bird, i Kareem, i Magic, ma nomi sconosciuti, che diventano soprannomi conosciutissimi, tipo “Capra“, “Elicottero“, “Aquila“, figli dell’hood diventati leggenda di strada per via della reputazione guadagnata negli infiniti tornei sul torrido cemento metropolitano. E The Goat è ancora oggi la leggenda più grande, il miglior cestista a non aver mai giocato in NBA.

Earl Manigault nasce nel 1944 a Charleston, nel South Carolina, iniziando la sua permanenza nel globo con l’abbandono da parte della madre. Viene allevato da Mary Manigault, in condizioni a dir poco precarie, tant’è vero che all’età di cinque anni deve seguire la madre a New York City, in cerca di una vita migliore. Earl cresce e passerà praticamente tutta la sua vita nel cuore di Harlem, assieme ai suoi fratelli, che piano piano iniziano a sparire, letteralmente assorbiti dalla strada, mentre la madre passa tutto il giorno a lavorare  per mettere assieme qualche soldo e poter offrire un pasto decente ai figli. La vita del piccolo Earl è tutta sulle strade di Harlem, tra violenza, povertà, droghe e soprattutto basket. Già in tenera età non fa altro che vagare tra un campetto e l’altro per assistere alle vere e proprie battaglie cestistiche (e non solo) nella comunità nera  dell’alto west side dell’isola di Manhattan e raccattare qualche pallone vagante. Inizia la sua leggenda: scopre di avere doti atletiche, soprattutto capacità di salto, inumane. E cerca di allenarle e potenziarle andando a spasso con i pesi sulle caviglie e nel frattempo giocando dappertutto. Iniziano gli aneddoti meravigliati di chi ha la fortuna di vederlo all’opera: a scuola si fa ammirare arrivando a schiacciare pallone e libri nella stessa azione e in partita lascia a bocca aperta con la sua facilità nel fare cose che nessuno aveva ancora visto fare. Nel suo primo anno in High school fa in tempo a stabilire il record di punti mai segnati in un istituto newyorchese (57) e a farsi espellere per essersi fatto beccare a fumare marijuana a scuola.

La sua fama nel frattempo cresce esponenzialmente: ogni sua gara in qualunque playground della grande mela, soprattutto al Rucker Park, che è l’eccellenza dello street basket, una sorta di Stanford della pallacanestro, diventa un evento. Tutte le estati i tornei al Rucker vedono partite incredibili tra fenomenali streetballers e attuali e future stelle NBA come Chamberlain, Monroe, Hawkins, Julis Earving, Lew Kareem Alcindor. E tanti altri. Le sue performance strabilianti in mezzo a tante stelle diventano leggendarie, come per esempio il salto sopra Hawkins e Alcindor nel Queens raccontato da Jabbar e da lui descritto come irreale. Oppure quando una volta, in contropiede con un avversario di fronte, decise di saltarlo, letteralmente, facendo perno sulla sua nuca per andare ad affondare in canestro come se niente fosse. Anticipando di qualche decennio la famosissima schiacciata di Vince Carter sul francese Weiss. Poi c’è l’aneddoto più famoso, quello della doppia schiacciata. The goat riusciva ad andare in schiacciata con la mano destra mentre era ancora in elevazione, per raccogliere il pallone con la mano sinistra e schiacciarlo, ancora in volo, senza appendersi al ferro. Ai confini della realtà, anche per occhi come i nostri, abituati ad anni e anni di slam dunk contests di tipo circense. Soprattutto, ricordiamo, trattandosi di un tipo che non raggiungeva il metro e ottantacinque.

La sua fama porta praticamente tutte le università del paese, comprese istituzioni come Duke e North Carolina, a offrirgli una borsa di studio. Ma Earl sceglie la minuscola Johnson University, che accoglie solo giocatori afroamericani. Il sistema universitario è una gabbia per lui, che infatti abbandona tutto dopo sei mesi per tornare alla sua Harlem, alla vita di strada, ai tornei nei playground come unico modo di fare qualche soldo per campare e andare avanti. Si dice che a volte arrivava a giocare per venti ore al giorno, vagando tra un court e l’altro della metropoli, dove la sua fama raggiunge livelli stellari, guadagnando anche con scommesse ai limiti dell’incredibile, come il classico biglietto da 1 dollaro da raccogliere sul bordo del tabellone (ancora: 1,85 metri scarsi) con annessa schiacciata del pallone in caduta! Una volta dal pubblico uno spettatore scommette venti dollari che non riuscirà a fare venti schiacciate rovesciate nella stessa partita: Manigault accetta e finisce l’esibizione con trentasei reverse dunk consecutive, inclusa qualcuna a 440 gradi, detta around the world, con un giro in più di quelle normali da 360°, che ogni tanto vediamo. Insomma, una forza della natura abbondantemente al di fuori della realtà e la nascita di una pallacanestro circense, anarchica e iperatletica.

Il suo continuo bisogno di soldi lo porta, oltre al basket, a entrare nel mondo delle droghe. Inizia a consumare eroina, ed è l’inizio della fine, l’inizio del precocissimo declino di una stella mai nata, che invece di diventare un asso NBA diventa uno dei tanti junkies della metropoli, portandolo a una vita dentro e fuori le carceri newyorkesi come tanti altri prima e dopo di lui. Neppure un’offerta degli Utah Stars dell’allora ABA lo riporta sulla retta via. Earl scappa da Salt Lake City dopo pochi giorni per tornare nel ghetto e continuare a campicchiare con il basket e traffici vari. Fonda il suo proprio torneo, The Goat tournament basketball competition, ma la sera prima dell’inizio viene beccato in un tentativo di rapina a mano armata e rispedito al fresco delle galere di NYC. E’ la botta definitiva: Earl decide di dire basta alla droga che l’ha portato alla rovina e una volta fuori dal carcere scappa da Harlem con i suoi figli per andare a vivere a Charleston, facendo lavori umili e normali per tentare in qualche modo un riscatto personale. Ma non riesce a resistere, e torna ad Harlem, al ghetto, alla strada, alla dura vita di sempre, senza droghe ma con gravissimi problemi di cuore. Decide di dedicarsi ad aiutare gli altri, lavorando in numerosi programmi di riabilitazione per giovani tossicodipendenti e di aiuto per famiglie disagiate, creando numerosi tornei di basket per tenere occupati i giovani del ghetto. Nel 1987 i suoi gravissimi problemi di cuore lo portano vicinissimo alla morte, alla quale scampa grazie a un’operazione a cuore aperto che lo lascia con diversi problemi di mobilità che gli creano grosse difficoltà nel sollevare un braccio e quindi nel tirare un pallone.

Dopo una vita da indigente, Manigault incassa finalmente un po’ di soldi grazie a un film sulla propria vita, Rebound: the legend of Earl Manigault, interpretato da Don Cheadle, con Kevin Garnett nel ruolo di Kareem Abdul Jabbar e diversi attori conosciuti. Il film esce nel 1996 ed Earl viene invitato alla première. E’ la prima volta che entra al cinema e lo fa per vedere un film che racconta la sua vita. Le cose vanno finalmente in modo decente per lui, ma dura poco: un giorno di Maggio del 1998 il cuore malato di Earl The Goat Manigault si ferma per sempre, in un’anonima stanzetta di Harlem, vicino a un playground. Una comunità, un ghetto, un’intera città piangono la morte di uno dei loro eroi della strada. E i playground tra la 99ma e Amsterdam Street, dove l’Upper West Side newyorkese  confina con Harlem, vengono rinominati Goat Park.

 

 

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