La rinascita del calcio tedesco

Muro giallo 1

È ormai qualche anno che  si parla della Bundesliga come del campionato europeo maggiormente in ascesa. Anche la nazionale tedesca sta facendo la sua parte, visto che oltre alla proverbiale competitività che li ha portati sempre a fare grandi risultati con la squadra maggiore, adesso vincono anche a livello giovanile, dove sono diventati quasi imbattibili. Poi ci sono le competizioni europee per club, soprattutto la Champions League. Dove quest’anno, come sappiamo tutti, vedremo una finale tutta tedesca, per la prima volta nella storia. Tra qualche giorno il poderoso Bayern Monaco affronterà a Londra il giovane e frizzante Borussia Dortmund. Se il Bayern è abbonato a semifinali e finali, il BVB è una novità, anche se può vantare una Champions vinta nel 1997 contro la Juventus di Marcello Lippi. Un risultato come la finale di due squadre dello stesso paese di per sé non vuol dire niente. Per dire, a parte Bayern e BVB non sembra che ci siano delle squadre molto competitive a livello europeo, se si esclude forse lo Shalke 04. Eppure si tende a vedere questa finale come il culmine di un processo iniziato qualche anno fa, che ha rinnovato enormemente il calcio tedesco portandolo al top. Ma è davvero così? Cos’è successo in questi anni in Germania? È tutto oro quello che luccica?

Come quasi sempre, la realtà è molto più complessa. Ovviamente nessuno può negare che il lavoro eccezionale fatto dai dirigenti tedeschi abbia dato dei frutti, per usare un eufemismo. Ma questo non toglie che ci siano diverse ombre nel processo in corso. Comunque, iniziamo parlando proprio del Borussia Dortmund e di quella finale del 1997 che vide la squadra della Ruhr prevalere sulla favoritissima e fortissima Juventus di Lippi. Quella squadra non aveva nulla a che fare con il BVB che una decina di giorni fa ha strapazzato (con qualche sofferenza) il Real Madrid, malgrado una differenza di budget persino comica. Il Borussia di quella finale, pur schierando una manciata di giocatori di gran talento (pensiamo al bravissimo Andy Möller e pure a Kalle Riedle) e qualche giovanissima promessa (Lars Ricken, che quella notte segnò il 3-1 definitivo con uno splendido pallonetto che paradossalmente lo condannò ad essere ricordato solo per quello e per essere stato la più classica delle eterne promesse), era la tipica squadra tedesca degli anni novanta. L’allenatore Ottmar Hitzfeld, detto anche Generale Catenaccio, aveva impostato la solita squadra germanica, molto fisica e aggressiva e soprattutto caratterizzata dal marchio di fabbrica del calcio tedesco: la presenza del libero alla Beckenbauer. In questo caso si trattava di Matthias Sammer. Mentre in tutto il mondo il calcio si evolveva in maniera differente, in Germania si continuava a insistere sulla tradizionale scelta tattica dei due centrali-mastini coadiuvati, qualche passo più indietro, da un centrale-libero che spesso si aggiungeva ai centrocampisti. I risultati davano ragione ai tedeschi che, con il loro calcio fisico e in generale povero di tecnica, comunque vincevano o arrivavano in fondo alla stragrande maggioranza delle competizioni internazionali, soprattutto con la loro nazionale. Poi c’era il Bayern dei vari Jeremies, Frings, Ramelow e il Leverkusen di Schneider e Michael Ballack, il giocatore più rappresentativo del calcio tedesco negli anni novanta. Un calcio tedesco che malgrado l’evidente e gigantesca carenza di talento mise in saccoccia la solita Champions League del Bayern e la finale miracolosa del Leverkusen battuto dal Real Madrid dell’immenso Zizou. Insomma, i tedeschi ci sono sempre, anche non scomodando la nota legge Lineker. Riassumendo, un tipo di calcio ormai superato ed esageratamente fisico, che comunque miracolosamente portava dei risultati.

Real Madrid coach Jose Mourinho greets Borussia Dortmund's coach Jurgen Klopp before their Champions League Group D soccer match at Santiago Bernabeu stadium in MadridTorniamo al Borussia Dortmund: dopo i fasti di fine anni novanta la squadra della Renania continuava ad essere molto competitiva, arrivando a vincere la Bundesliga nel 2000, quando perse anche la finale di Coppa Uefa. La dirigenza fece il più classico dei passi più lunghi della gamba, diventando la prima (e unica) società di calcio tedesca ad essere quotata in borsa, con acquisti a suon di milioni e investimenti a dir poco rischiosi, che portarono il club sull’orlo del fallimento. Le cose andavano talmente male che il Bayern Monaco arrivò a prestare per qualche mese una cifra attorno ai due milioni di euro al Borussia, in modo da poter pagare gli stipendi ai giocatori gialloneri. Nel 2005, sempre in grosse difficoltà economiche, la dirigenza decise di vendere il nome dello stadio, lo storico Westfalenstadion, che cambiò il suo nome in Signal Iduna Park, dal nome di un’assicurazione che faceva da sponsor. Uno stadio che ancora oggi continua probabilmente ad essere il più grande asset dei gialloneri, visto che ormai sono anni che le tribune fanno sempre il tutto esaurito, non solo il muro giallo della famosissima gradinata sud. I risultati della squadra continuarono ad essere pessimi, arrivando persino a rischiare la retrocessione nel 2007. Poi nel 2008 arrivò Jürgen Klopp. E le cose cambiarono, come ben sappiamo. La società iniziò a lavorare con i giovani del vivaio e qualche straniero pescato a buon prezzo in campionati minori. I metodi di Klopp, una sorta di ibrido tra Sacchi e Mourinho, portarono i giovani giocatori gialloneri a esprimersi al massimo, giocando un calcio spettacolare ed efficace, persino vincente: il campionato 2010-2011 venne vinto dagli uomini di Klopp con una squadra la cui età media era di 23 anni. Non pago, il Borussia vinse pure il campionato seguente, mentre quest’anno si è dovuto accontentare del secondo posto dietro un mostruoso Bayern Monaco, che come abbiamo detto affronterà in finale tra meno di due settimane.

Torniamo un po’ indietro nel tempo: il fallimento assoluto della Mannschaft nell’Europeo del 2004 portò la federazione tedesca a decidere di dare il via a una vera e propria rivoluzione per rilanciare il proprio calcio. Già da qualche anno gli investimenti nei settori giovanili erano cresciuti parecchio, soprattutto dopo le due figuracce, sempre della nazionale, nel mondiale francese del 1998 e nell’europeo olandese del 2000. Furono create bel 17 nuove scuole calcio federali e venne investita una massiccia quantità di denaro nelle strutture. L’occasione del mondiale in casa nel 2006 venne sfruttata alla grande per intervenire sugli stadi. Alla fine degli anni novanta tutti gli stadi (escluso il Westfalenstadion) avevano la pista di atletica. Bene, per il mondiale praticamente tutte le strutture, non solo quelle sede delle partite del torneo, avevano fatto sparire le antiestetiche e scomode corsie e approfittavano del rimodellamento per iniziare ad attrarre sempre più persone a vedere le partite della Bundesliga in stadi, tutti di proprietà dei club, enormemente all’avanguardia. Il fallimento del gruppo Kirch nel 2006 ha fatto capire ai tedeschi che il modello dei diritti televisivi che trionfava in Europa non era sostenibile e ha portato i club della Bundesliga a seguire il famoso fairplay finanziario in anticipo, con squadre che non spendono di più di quello che guadagnano e con una ripartizione equitativa ed esemplare degli stessi diritti televisivi che è anni luce da quella scandalosamente ingiusta della Liga spagnola e molto lontana anche dal modello italiano. Gli ingressi delle squadre tedesche sono in media divisi nel modo seguente: 27% dai diritti TV; 31% merchandising e pubblicità; 21% entrate allo stadio; 18% trasferimenti; 11% altro. I prezzi delle entrate alle partite della Bundesliga ancora oggi sono molto più bassi che nel resto d’Europa, portando a stadi praticamente sempre pieni (la media di spettatori per una partita di Bundesliga è di oltre 45.000 presenze, mentre per esempio in Spagna è di 30.000 e in Italia di 23.400)di tifosi di ogni classe sociale che ancora si identificano fortemente con il loro club di appartenenza, vista anche la norma che stabilisce che almeno il 51 per cento delle azioni di un club debbano appartenere ai tifosi-soci (con l’esclusione del Bayer e del Wolfsburg, che sono club di proprietà rispettivamente di Bayer e Volkswagen).

A tutte queste cose aggiungiamo un altro fattore decisivo: l’apertura totale ai giocatori figli di Germania 2012immigrati, tedeschi di seconda generazione, che ha portato all’emersione di parecchi giovani di valore mondiale come per esempio Mesut Özil. Anche se sarebbe riduttivo dire che il boom del calcio giovanile tedesco sia dovuto unicamente a una sorta di nuova multiculturalità dominante nell’approccio della federazione tedesca. I vari Marco Reus, Toni Kroos, Mario Götze, Thomas MüllerMats Hummels, non sono figli di immigrati polacchi o turchi, ma questo è ormai indifferente per una società che ha fortemente interiorizzato l’enorme comunità turca presente nel proprio territorio da ormai tantissimi anni. Insomma, un manipolo di giocatori giovanissimi che giocano un calcio totalmente diverso da quello giocato dai loro predecessori, un calcio che continua logicamente ad avere una forte componente fisica, ma accompagnato stavolta da qualità tecniche e da uno stile di gioco molto tecnico e vistoso, una sorta di intelligente variante del possesso palla estremo del Barça e della vertiginosa verticalità del Real Madrid mourinhano nelle migliori giornate.

Quindi, riassumendo, diversi fattori hanno contribuito all’ascesa che sembra inarrestabile del calcio tedesco, che ha portato anche il lungimirante Pep Guardiola a scegliere di allenare il Bayern Monaco: forti investimenti nei settori giovanili e inserimento degli immigrati di seconda generazione; forti investimenti sulle infrastrutture e soprattutto sugli stadi e sul merchandising (soprattutto il Bayern Monaco); l’arrivo di una nuova generazione di tecnici (vedi Klinsmann, Löw, Klopp) ai quali viene dato tempo di lavorare e seguire un progetto a medio-lungo termine; l’esplosione di una nuova generazione di calciatori tecnicamente e fisicamente fortissimi; una distribuzione egualitaria dei diritti televisivi e una politica di prezzi accessibili ai tifosi. Tutto molto bello, quindi. E questa sarebbe la strada da seguire anche in Italia o in Spagna, per esempio, con tutte le ovvie differenze. Eppure, come dicevamo all’inizio, non è tutto oro quello che luccica. Ci sono diversi esempi che mostrano anche l’altra faccia della favola tedesca, come per esempio lo scandalo che ha coinvolto il presidente del Bayern Uli Hoeness, indagato per frode fiscale per non aver dichiarato diversi milioni di euro nascosti in un conto svizzero. Il Bayern non c’entra, almeno sembra, ma l’immagine del club ha ovviamente subito un durissimo colpo. Un Bayern che è tornato ad essere la squadra più antipatica della Germania per i tedeschi, per via anche degli ultimi acquisti. Hai voglia di parlare di modello economico, fairplay finanziario e tante altre belle cose: i bavaresi, la società più ricca della Bundesliga, proprio pochi giorni fa hanno acquistato dal Borussia il bravissimo e giovanissimo Mario Götze per 37 milioni di euro, e si dice che siano molto vicini anche al centravanti polacco Robert Lewandowski. I soldi contano anche in Germania, tant’è vero che lo stesso Klopp si è lamentato di una possibile deriva di tipo scozzese per la Bundesliga, che rischia di essere dominata per anni dalla solita squadra di sempre.

Insomma, come scrive il Guardian in questo splendido articolo, a sentire soprattutto i tedeschi tutto l’hype attorno al calcio tedesco e alla Bundesliga è simile a quello che successe nella Londra punk di fine anni settanta o nella Seattle grunge di fine anni ottanta: tutti dicono meraviglie e invidiano questa next big thing, ma loro, i tedeschi, si sentono probabilmente come se i giorni migliori appartengano già al passato.

Commenti

  1. […] ridotto in paella Real e Barcellona, ossia il Gotha del calcio europeo. Ne abbiamo già parlato qui, in modo approfondito. Siccome la coppia bel gioco e  vittorie ha da sempre, per qualsiasi […]

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