Losers: la storia della peggior squadra NBA di sempre

Di solito, quando parliamo di record parliamo di record vincenti. Di vittorie consecutive. Di gol segnati. Di imbattibilità. Di punti segnati. E così via. Di solito, quando parliamo di record, citiamo i nomi di Guardiola, Mourinho, Federer, Alì, Woods, Jordan, Phil Jackson, Pelé, eccetera eccetera. Ecco, i vincenti fanno la storia. Non sempre, però. Ci sono persone, sportivi, squadre, che sono rimasti nella storia per via dei loro record negativi. Una di queste squadre si chiama Philadelphia 76ers e ancora oggi detiene il peggior record negativo in una stagione NBA.

Andiamo indietro nel tempo: siamo a Filadelfia, anno di grazia 1972. Il nuovo coach dei 76ers si chiama Roy Rubin e proviene da anni di successi nel basket delle high school e in quello universitario (Long Island University). É considerato un mago della difesa, tant’è vero che ha pure scritto un libro a riguardo. Ma i maghi non possono fare più di tanto, se allenano una squadra tra le più povere di talento che la storia dell’arancia a stelle e strisce ricordi. Eppure Philly vinse il titolo solo pochi anni prima, nel 1966, stabilendo, guarda caso, il record di vittorie in una stagione regolare (68), fermando l’attualmente ancora imbattuta (altro record) striscia di otto titoli consecutivi dei leggendari Celtics di Auerbach-Russell. Certo, il roster di quei 76rs non scherzava, per usare un eufemismo: Billy Cunningham, Chet Walker, Jackson e soprattutto un certo Wilt Chamberlain, il leggendario centro ancora oggi detentore di vari record (ancora) nel basket americano. Dopo quel titolo però, i Celtics ripresero a macinare tutto e tutti, e le cose a Filadelfia iniziarono ad andare male. Nel 1968 Chamberlain, in rotta con la proprietà, andò ai Lakers in cambio di tre giocatori che avranno un impatto ridicolo sulla franchigia, che anno dopo anno continuò a perdere i suoi pezzi migliori senza azzeccare una scelta che fosse una nei draft. Sino all’anno 1972, che vede la proprietà dei Sixers scegliere Rubin (dopo il rifiuto di diversi allenatori) per allenare una squadra il cui giocatore più rappresentativo  era Fred Mad Dog Carter. Anche Bill Cunningham viene ceduto, proprio lo stesso giorno in cui viene ufficializzata la scelta di Rubin.

Nel mondo del basket professionistico si dice sempre che la parte più importante e determinante di una stagione sono i primi cinque minuti del primo allenamento. Noi diremmo “Se il buongiorno si vede dal mattino“, mentre magari gli americani magnificherebbero l’importanza dello starting off with the right foot. E queste cose le sa benissimo anche Rubin, che infatti inizia il primo allenamento della stagione 1972-73 con il seguente, durissimo, discorso: “Boys, non so prima, ma da adesso in poi con me non si scherza. Rigido dress code, che è sempre e solo la divisa sociale, senza nessun cappello strano o pantaloni hippies. Zero alcool in spogliatoio e zero sigarette, ne prima ne dopo il match“.  Alla fine del discorso prende la parola Mad Dog Carter: “Hey mister, capisco tutto, eppure, mi spiace, ma da quando ho iniziato a giocare  ho l’abitudine di una sigaretta prima di ogni incontro. E’ l’unico modo per rilassarmi ed entrare in clima partita“. Subito Rubin replica, inflessibile: “No problem Fred, tu puoi fumare. Però solo tu“. Quello che si dice partire con il piede giusto.

Inizia il campionato e i Sixers riescono a perdere quindici partite consecutive prima di firmare la loro vittoria numero uno, contro gli altrettanto derelitti Houston Rockets. Dopo questa vittoria però le cose non cambiano, se non in peggio. La squadra continua a subire sconfitte su sconfitte e a fare figure barbine una dietro l’altra. Il 29 Dicembre del 1972 Philadelphia, con l’invidiabile record di 3-30, sta giocando a Detroit una partita che ovviamente finirà per perdere nettamente. In pieno garbage time coach Rubin decide di togliere John Trapp, nativo di Detroit. Trapp dice di no, lui vuol continuare a giocare. Rubin insiste e urla al giocatore di sedersi sul pino (come direbbe il grande Federico Buffa). John si arrabbia e dice a Rubin di dare un’occhiata alla tribuna, tra il pubblico. Il povero coach si gira e tra il pubblico vede un tipaccio, amico di Trapp, che apre il suo giaccone per mostrargli la sua pistola infilata nella cintura. Rubin capisce ovviamente subito e John Trapp resta in campo sino alla fine della partita.

Malgrado tutto, Rubin continua ad allenare i Sixers, sino alla pausa di Febbraio per l’All Star Game, alla quale Philly arriva con l’impressionante record di 4-47.  E’ davvero troppo e infatti la proprietà lo silura, sostituendolo con il giocatore Kevin Loughery, allora trentaduenne e fermo per infortunio. Rubin lascia Philadelphia (e il mondo del basket, definitivamente) dopo 105 giorni da head coach, perdendo 47 partite e 20 chilogrammi. Come se nulla fosse successo, la squadra perde malamente anche le prime sette partite con Loughery (che in seguito diventerà un buon allenatore), anche se poi riesce a infilare cinque vittorie in un mese, le stesse prima ottenute in tutta la stagione. C’è finalmente qualche sorriso e un poco di fiducia. Effimera, visto che i Sickers (gioco di parole dall’inglese sick, malati), come verranno chiamati, riescono a inanellare altre tredici sconfitte di fila, l’ultima delle quali in casa contro i Pistons, che mette la parola fine alla peggiore stagione NBA di sempre da parte di un team: nove vittorie, settantatre sconfitte.

Torniamo nel presente: la stagione scorsa (2011-2012) ha visto i Charlotte Bobcats concludere con il record di 7-59. Quindi, almeno come gare vinte, ha fatto peggio dei Sixers del 1972-73, ma si trattava della stagione del Lock-out, che alla fine ha visto solo 66 partite in regular season. Pertanto il record rimane saldamente in mano ai Philadelphia 76ers di Rubin-Loughery. Mad Dog Carter, oggi commentatore di ESPN, è orgoglioso di quel record: “Non ho vinto sette titoli, non sono una star, ma almeno sono ricordato per qualcosa“.

L’artefice di quel miracolo al contrario, Roy Rubin, lasciò il mondo del basket per andare a vivere con la moglie a Miami, rassegnandosi a una vita normale, durante la quale ogni anno riceveva qualche telefonata di qualche giornalista sportivo, che lo interpellava quando una squadra NBA metteva in fila una serie iniziale di sconfitte consecutive, minacciando di battere quel record miracoloso.  Un paio d’anni fa gli allora New Jersey Nets iniziarono la regular season scrivendo un bel 0-18 nella casella dei record (anche se poi alla fine riuscirono a terminare con un 12-70, che permise loro di evitare l’infamia di battere il record di Philly) e ovviamente il telefono squillò a casa Rubin. Stavolta rispose la moglie Marsha, informando il giornalista che qualche anno prima suo marito dovette operarsi al cuore. Qualcosa non funzionò e il cervello di coach Rubin subì un danno permanente, che da allora gli impediva di esprimersi quasi totalmente, anche se capiva tutto. Malgrado questo, Marsha Rubin dichiarò che sia lei che suo marito erano contenti del fatto che il record dei Sixers fosse ancora imbattuto, perchè almeno in questo modo il nome di Roy Rubin non sarebbe caduto nell’oblio. Non importa se il nome è diventato sinonimo di perdente. Almeno non si viene dimenticati, per sempre.

Del resto, come disse qualcuno, se questo mondo è tutto per i vincitori, cosa resta ai perdenti? Qualcuno deve pur tenere fermi i cavalli, no?

Commenti

  1. Luigi scrive:

    Conoscevo la storia però non i dettagli…
    Complimenti…

  2. julianrossmag scrive:

    grazie Lui!!!
    Pinux

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