L’ultimo crossover di Allen Iverson

AI

Pochi giorni fa Allen Iverson ha annunciato che a breve si ritirerà. The answer, A.I, il mago del crossover, la macchina da punti, l’immarcabile jumper da sei metri, il perdente di successo, il gangsta rapper del basket professionistico USA. L’hanno chiamato in vari modi, Iverson. È stato MVP dell’NBA, 11 volte All Star, miglior marcatore svariate volte, ha portato una squadra oggettivamente debole come i Philadelphia 76rs alla finale del 2001 contro i Lakers di Shaq, è diventato milionario, ma alla fine è sempre rimasto quel ragazzino basso e magro (per gli standard del basket, ovviamente) cresciuto in un quartieraccio di Hampton, Virginia, la cui vita avrebbe potuto tranquillamente essere identica a quella dei blacks di Baltimora raccontata meravigliosamente in The Wire.

Hampton è una città costiera della Penisola della Virginia, una delle prime colonie inglesi nel nuovo mondo. Nel 1619 una nave olandese scaricò sul suo porto un gruppo di schiavi africani, i primi di un lungo e triste traffico.  Forse tra questi, oppure tra gli altri schiavi sbarcati in seguito, c’erano gli antenati di Ann Iverson, una quindicenne afroamericana che nel Giugno del 1975 diede alla luce un figlio, che chiamò Allen Ezail. La vita nel pericoloso quartiere di Aberdeen era complicata, allora. Il piccolo Bubba Chuck, come lo chiamava la giovane madre, viveva con lei e il suo compagno, oltre alla sorellastra. Sua madre si arrangiava come poteva con mille lavoretti, così come il suo padre adottivo, che per far quadrare il bilancio (eufemismo) si dedicava anche al traffico di droga, entrando e uscendo dal carcere. Il piccolo Allen vide il primo omicidio quando aveva otto anni e in seguito altri suoi conoscenti morirono in circostanze violente, come il suo miglior amico, pugnalato a morte quando aveva sedici anni. Insomma, il più classico degli ambienti non facili, diciamo. Ovviamente questo non poteva non influire sul carattere di Bubba Chuck.

L’unica via di fuga per tanti boys n da hood era e continua a essere lo sport e per Allen Iverson non poteva essere diversamente. Da adolescente il suo sbalorditivo talento nel football americano e nel basket lo portava a ridicolizzare tutti i coetanei che provavano a fermarlo. Malgrado il suo fisico non esattamente da corazziere (un metro e ottanta per poco più di settanta chili) l’adolescente Allen faceva il bello e il cattivo tempo in entrambi gli sport durante il suo periodo nella high school di Bethel. Il suo atletismo prodigioso lo portò a essere il miglior giocatore di football americano dello stato della Virginia (giocando da quarterback) e allo stesso tempo il miglior giocatore di basket, portando Bethel a vincere il titolo statale di entrambi gli sport con le sue prestazioni-monstre. L’ultimo anno di high school di basket lo concluse con 31 punti di media, 9 assist e quasi 9 rimbalzi (!!!). Insomma, un predestinato. Ma non era così facile: il giorno di San Valentino del 1993 l’allora diciassettenne Allen e alcuni suoi amici, tutti ovviamente neri, vennero coinvolti in una violentissima rissa scoppiata in una sala da bowling di Hampton, che li vide contrapposti a un gruppo di ragazzi bianchi. Pare che siano volati insulti e qualche parolina razzista di troppo e la battaglia campale a base di pugni, calci e sedie finì con l’incriminazione dei 4 ragazzi neri, imputati di “tentato linciaggio“, un reato di solito usato per incriminare quei bianchi che tentavano di linciare i neri durante la segregazione. La comunità di Hampton, dove generalmente gli afroamericani erano piuttosto integrati e dove non c’erano forti tensioni razziali, si divise sul fatto. La storia viene raccontata, come sempre in modo eccellente, nel documentario ESPN “No Crossover”.

Alla fine del processo Iverson, benché minorenne, venne condannato a 15 anni di carcere, che divennero 5 da scontare, perché trovato colpevole di tentato linciaggio per aver colpito ripetutamente con una sedia una ragazza bianca. L’enorme pressione della comunità nera, convinta che dietro la condanna ci fossero motivazioni razziali, portò alla fine il governatore della Virginia a condonare la condanna di Allen, che uscì di prigione dopo pochi mesi (poi nel 1995 la condanna venne annullata per insufficienza di prove) e poté continuare a giocare per il prestigioso college di Georgetown, dove trascorse due anni da assoluta superstar della NCAA americana prima di rendersi eleggibile per l’NBA con due anni d’anticipo. Nel draft del 1996 venne scelto con il numero uno dai Philadelpia 76rs, squadra che allora viaggiava nei bassifondi della lega e che AI portò gradualmente ai vertici. Già il primo anno Allen venne eletto rookie dell’anno con ottime medie e alcune prestazioni individuali fenomenali. Rimase famoso questo allucinante crossover con il quale mandava in tilt il grande Micheal Jordan che lo marcava. Se i risultati dei Sixers miglioravano solo gradualmente, le prestazioni di Iverson erano qualcosa di incredibile per un giocatore della sua “stazza“. Subito iniziarono gli All Star Game e i titoli da cannoniere NBA, con medie realizzative super. Nel 2001 i Sixers arrivarono addirittura alla finale NBA contro gli strafavoriti Lakers di Kobe e dell’onnipotente Shaq, allenati da un certo Phil Jackson. In teoria non ci doveva essere storia, ma la prima partita allo Staples Center di L.A vide gli sfavoritissimi 76rs battere i Lakers con una prestazione monstre di Allen Iverson: 48 punti, sei assist e cinque palle rubate. Poi i Lakers fecero valere la loro superiorità e alla fine le finali si conclusero con il risultato di 4-2 per lo squadrone losangelino.

allen_iverson-mugshot_display_imageGli anni seguenti videro Iverson sempre a livelli quasi mostruosi a livello individuale, ma piano piano iniziò l’inevitabile declino di un fenomenale giocatore che si rifiutava di non essere più il player stradominante di qualche anno prima e che decise di cambiare squadra per cercare di vincere qualcosa anche a livello di club, inutilmente. Dopo dieci anni ai Sixers con una media di oltre 28 punti segnati a partita, venne mandato a Denver. Gli anni a Denver assieme a un altro mangiapalloni come il giovane Carmelo Anthony furono discreti, ma alla fine, anche per via di diversi problemi disciplinari (che a onor del vero ebbe anche durante gli anni d’oro a Philadelphia), venne scambiato e mandato ai Detroit Pistons e poi ai Memphis Grizzlies, dove rimase giusto qualche mese prima di mollarli e poi dopo un po’ firmare per tornare ai Sixers nel 2009, dove firmò per 1 milione di dollari all’anno (lui che negli anni d’oro guadagnava più di venti milioni all’anno), sino al Febbraio del 2010, dove letteralmente sparì, dichiarando di aver mollato per stare vicino al figlio malato. I Sixers non rinnovarono il suo contratto e Allen finì per firmare con il Besiktas in Turchia, dove rimase a giocare poco più di un anno. Dalla fine del 2012 non ha più giocato una gara da professionista: insomma, la fine, anche se lui ha dichiarato di essere ancora capace di regalare minuti di qualità in NBA. Sino all’annuncio di pochi giorni fa, dove preannunciava il ritiro dal basket professionistico.

Allen Iverson fu uno dei giocatori individualmente più forti della sua epoca e la sua personalità, oltre al suo modo di giocare, ebbe un enorme impatto nella NBA e nella cultura hip hop legata al mondo del basket. I suoi problemi disciplinari e quelli con la giustizia (oltre all’episodio del bowling venne arrestato un altro paio di volte), il suo look da gangsta rapper e il suo modo di porsi e confrontarsi con tutto e tutti lo portarono ad essere inviso a tanti, ad iniziare dai dirigenti della lega NBA, che negli anni duemila imposero un dress code per i giocatori NBA che portò a diverse proteste di tanti giocatori, tra i quali Iverson, ovviamente, che si rendeva conto dell’ipocrisia di un mondo che cercava di nascondere e “normalizzare” i ragazzi del ghetto come lui ma allo stesso tempo faceva milioni e milioni con commercials che evocavano a ogni piè sospinto quel mondo hip hop. E comunque, se il look di Iverson, con le decine di tatuaggi, l’abbigliamento oversize, lo sguardo da duro e le grosse catenine d’oro in evidenza, era allora almeno inusuale, forse era meglio degli abiti da Al Capone usati da Shaq negli All Star Game e del look che sfiora il ridicolo di alcune stelle NBA odierne. Ma tant’è, i gusti son gusti. A.I, assieme ai Fab Five di Michigan all’inizio degli anni novanta, fu il campione che sdoganò una certa cultura hip hop nel mainstream NBA abituato ai costosi abiti italiani di Michael Jordan.

Adesso Bubba Chuck ha deciso di ritirarsi ufficialmente, pur essendo un ex giocatore da qualche anno, ormai. Come è capitato a diverse ex stelle NBA sembra che sia rimasto praticamente senza un soldo, malgrado abbia guadagnato durante la sua carriera centinaia di migliaia di dollari (certo, non aiuta il fatto che per esempio una notte in un casinò arrivò a perdere 1 milione di dollari). La moglie, con la quale stava assieme dal tempo dell’high school, con la quale ha avuto cinque figli, ha chiesto il divorzio l’anno scorso. Sembra che le cose stiano andando sempre peggio, per Allen Iverson. Un sacco di gente che non l’ha mai sopportato è contenta. Eppure, mai dare per morto il ragazzo di Hampton: chi è venuto fuori da quell’inferno può ancora dare un ultimo colpo di reni per risorgere e almeno provare a vivere una vita normale. Normale come Allen Iverson.

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