Mansour Bahrami, il ragazzo che giocava a tennis con le pentole

BAHRAMI BIG

Avete mai provato a giocare a tennis con le pentole? Siete mai stati costretti a dormire  per strada perché senza una casa? Avete mai soggiornato in un albergo a cinque stelle? Avete mai giocato a tennis con McEnroe e Borg? Siete mai stati arrestati dalla Guardia Islamica iraniana? Mansour Bahrami ha vissuto tutte queste esperienze. Il nome non vi dice nulla, e forse neppure la faccia, se la cercate su Google Images. Ma se vi siete imbattuti in qualche partita del circuito ATP Champions Tour, quello degli ex tennisti ATP ora ritirati, allora molto probabilmente vi ricordate di lui.

Mansour, come si racconta nell’impagabile Jotdown, nacque in una piccola città poco lontano da Teheran, dove la famiglia si trasferì subito in cerca di fortuna. Il padre trovò lavoro come giardiniere per un club di tennis, quello dove si allenavano i migliori giocatori iraniani.  Stiamo parlando dell’Iran pre-Khomeini, quello violento e classista dello Scià, dove un ragazzino come Mansour poteva solo sognare di giocare a tennis in quell’esclusivo club dell’élite iraniana, malgrado avesse imparato ad amare questo sport. Tra l’altro il prezzo proibitivo delle racchette negli anni sessanta lo costringeva ad arrangiarsi in qualche modo mentre imitava i tennisti che vedeva tutti i giorni nel club dove lavorava il padre, per esempio usando le pentole come racchette. Il padre alla fine riuscì a comprare una racchetta usata al giovane Mansour, che mostrò subito un talento superiore con in mano finalmente uno strumento appropriato. Anche se questo talento non poteva mostrarlo giocando contro i ragazzi che facevano parte del club, perché lui era un semplice figlio del giardiniere. Quando un giorno decise di mettere piede in uno dei campetti del club, giusto per almeno capire che sensazione si provasse, una delle guardie di sicurezza lo cacciò in malo modo, addirittura rompendogli l’amata racchetta.

Il giovane non si arrese e appena riuscì a comprarsi una nuova racchetta continuò a giocare senza sosta dappertutto, sino a quando il suo talento cristallino venne ovviamente notato e premiato con l’ammissione a quel club dal quale era stato cacciato a pedate e con una racchetta rotta. Le cose iniziarono ad andare meglio e il ragazzo diventò uno dei migliori del suo paese, arrivando al tennis professionistico all’età di diciotto anni e giocando persino a Wimbledon, nei juniores. Il futuro sembrava sorridergli: non era McEnroe, ma almeno poteva vivere da tennista professionista in giro per il mondo, senza eccessivi problemi. Sino al fatidico 1979, quando scoppiò la rivoluzione islamica che mise fine al brutale e sanguinario regime monarchico dello Scià, installando una teocrazia oscurantista e altrettanto brutale sotto il controllo degli Ayatollah, che proibì la pratica di diverse attività considerate troppo occidentali. Tra queste, il tennis. Negli anni seguenti alcune di queste proibizioni vennero allentate, tra queste la pratica del tennis. Ma Bahrami non vedeva alcuna possibilità di sopravvivere da giocatore professionista nella Teheran di allora, capitale di una nazione isolata e vista come nemico pubblico numero uno da tutto il mondo occidentale. Decise di abbandonare il suo paese. L’occasione arrivò con un torneo di tennis il cui premio era un viaggio in Francia, da turista. Mansour vinse il torneo, salutò la sua famiglia e saltò sull’aereo che lo portava in Francia, deciso a non tornare più.

Gli inizi francesi non furono comunque dei più facili, diciamo. Non conosceva la lingua, non aveva soldi e non trovava un lavoro decente che gli potesse permettere di sopravvivere decentemente. Arrivò al punto di considerare il ritorno in Iran, ma la fortuna decise di dargli una mano: incontrò per strada un iraniano che lo conosceva e che lo convinse a rimanere in Francia, aiutandolo a entrare in contatto con diversi tennis club per permettergli di giocare. Anche così, le cose non andavano affatto bene. Malgrado lavorasse da professore di tennis poteva permettersi ben poco, tanto che viveva praticamente per strada, senza un tetto sotto il quale dormire. Alla scadenza del suo visto scappò da Nizza a Parigi, vivendo da illegale, sino a quando, tramite un altro conoscente, riuscì a iscriversi ai turni preliminari del Roland Garros del 1981, qualificandosi e persino battendo al primo turno l’esperto francese Jean Louis Haillet. La sua incredibile storia divenne di dominio pubblico e grazie alla pressione della stampa il governo francese decise di concedergli la nazionalità.

BAHRAMI1Da cittadino francese Bahrami continuò a giocare a tennis, anche se non vinse alcun torneo ATP e la sua migliore posizione fu quella numero 192. Il suo miglior risultato fu una finale di doppio al Roland Garros. Nulla di trascendentale, quindi, eppure poteva almeno vivere grazie al tennis, come sempre aveva sognato. Mansour Bahrami concluse la sua modestissima carriera da tennista professionista a 37 anni, nel 1993.  Si era totalmente integrato, parlava francese, si era sposato con una francese, poteva andare avanti facendo il maestro di tennis, come già aveva fatto. Ma la fortuna decise ancora una volta di dargli una mano: iniziarono ad avere parecchio seguito (e a diventare pure parecchio redditizi, va da se) i tornei ATP Champions Tour per veterani, che vedevano (e vedono) la partecipazione di tanti ex giocatori e campioni del passato. Gente come McEnroe, Borg, Connors, Leconte, Noah, Edberg, Becker e tanti altri, che oltre all’effetto nostalgia, sempre vantaggioso, offrivano ancora scampoli di tennis eccelso, come logico. L’amicizia di Mansour con Henri Leconte e Yannick Noah, unita alla sua fama di tennista divertente e persona con grande sense of humour, lo portò al circuito dei veterani. Oltre a questo, contò il fatto che malgrado i risultati della sua carriera non fossero stati propriamente rilevanti,  era diventato famoso per la sua tecnica davvero fenomenale e per la sua capacità di realizzare con racchetta e palla ogni sorta di incredibili giochetti, che probabilmente aveva imparato a forza di giocare con pentole e altri aggeggi.

Nacque allora il vero fenomeno Mansour Bahrami, una sorta di Harlem Globetrotter della racchetta che delizia gli Bahrami2spettatori dei tornei veterani con trucchetti da prestigiatore del tennis e un’ironia unica, che l’ha portato a essere il giocatore più pagato in questi tornei, esclusi SuperMac e Connors.  Ogni match è uno show: scherzi con raccattapalle, spettatori e arbitri, battute con tre o quattro palle alla volta, scalate al seggiolino dell’arbitro per protestare, risposte di dritto o di rovescio seduto nella sedia del giudice di linea, improvvise scavalcate della rete per  trovarsi nel campo avversario e iniziare a giocare in tre contro uno, colpi talmente belli da risultare incredibili. E tante, tantissime risate contagiose. Un clown che si è inventato un nuovo tipo di tennis anarchico e divertente grazie alla sua tecnica e soprattutto alla sua impagabile ironia.

Oggi Mansour Bahrami è un uomo ricco e soggiorna nei più lussuosi alberghi a cinque stelle delle principali città del mondo. Se lo merita, perché in fondo è rimasto sempre il ragazzo che giocava a tennis con una pentola.

 

 

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