Nati per correre: la storia di “Caballo Blanco” e degli indiani Rarámuri (parte 2)

BIG PICTURE SIERRA MADRE

 

-PRIMA PARTE-

True si rese conto però che le cose stavano iniziando a cambiare anche per i Tarahumara. Molti di loro si erano trasferiti a vivere nelle più “comode” città e i canyon iniziavano ormai a essere un po’ più affollati del solito, per via delle nuove miniere e per l’espansionismo feroce dei famigerati cartelli della droga messicani.  Si rischiava l’ennesimo genocidio culturale di una etnia sopravvissuta a quasi tutto grazie all’isolamento. I piedi veloci rischiavano di scomparire e divenire una delle tante tribù assimilate ormai irrimediabilmente allo stile di vita gringo e occidentale. Rischiavano di fermarsi, di smettere di correre. Micah True decise di fare qualcosa per evitarlo, o almeno per ritardare l’inevitabile. Nel 2003 organizzò una corsa di 29 miglia attraverso i canyon del Barranco per tenere vivo lo spirito “Runner” dei Rarámuri, per farli uscire dalle loro capanne e renderli orgogliosi delle loro tradizioni. Malgrado il suo entusiasmo e il suo sforzo, però, si presentarono alla corsa solo 7 indigeni, più lo stesso True, che concluse quinto, deluso per la scarsa partecipazione ma fiducioso nel futuro. Appena riuscì a spostarsi in un villaggio con una connessione Internet contattò un suo amico giornalista, anche lui runner dilettante, editor a Men’s Health America. Il giornalista si chiamava Chris McDougall, che rispose subito entusiasta alla mail di True, affascinato dal fatto che una popolazione remota  di indigeni potesse correre instancabilmente per tante miglia in luoghi estremi, calzando dei sandali di gomma, senza farsi male, senza i classici infortuni da corridore. McDougall scrisse in seguito un libro bestseller, “Born to run”, che divenne un autentico caso editoriale.

CaballoBlanco sunIl libro inizia appunto con Chris che viaggia verso il Cooper Canyon, “una sorta di Triangolo delle Bermuda tra le montagne che ingoia continuamente ogni sorta di disperati e rinnegati che si perdono dentro”  dove sperava di trovare il leggendario Caballo Blanco, “fantasma tra i fantasmi”. Ovviamente era una sorta di licenza poetica, un’esagerazione romanzesca per descrivere un uomo che passava metà dell’anno in Colorado, che era tutto fuorché un fantasma.  Il libro racconta di “Caballo Blanco” Micah True e degli indiani Rarámuri, degli inizi della corsa Copper Canyon Caballo Blanco Ultra Marathon, 47 devastanti miglia su e giù tra i sentieri e i villaggi del Barranco del Cobre, della sua crescita e successo, di personaggi come Ann Trason, di cui abbiamo parlato prima, del grande runner Scott Jurek , che arrivò ai territori dei Rarámuri con enorme difficoltà, solo per poter correre con loro, del leggendario runner “scalzo” Barefoot Ted, tutti entusiasti di potersi unire agli indigeni in corsa, per aiutarli a preservare la loro cultura. La tesi principale del lavoro di McDougall, la sua pietra angolare, è la teoria dell’uomo “nato per correre” di cui parlavamo sopra, che si spostò dalla foresta alla savana grazie alla capacità di correre lunghe distanze e prendere le prede cacciate per stanchezza. Questo incrementò esponenzialmente la disponibilità di carne e proteine per gli uomini, che portò quindi al veloce e ulteriore sviluppo del cervello, il vero fattore differenziale nell’evoluzione umana. Il libro è anche un feroce atto d’accusa contro le multinazionali dell’abbigliamento sportivo, che spingendo all’introduzione delle moderne scarpe da corsa hanno ulteriormente allontanato l’uomo dalla sua naturale e fisiologica propensione al correre scalzo, procurando quindi ogni sorta di infortuni  per via dell’innaturale pressione sulle articolazioni provocata dalle scarpe. Si celebrano, anzi si idealizzano (pure un po’ troppo) gli indigeni Rarámuri e la dimensione sociale del loro correre, la non competitività e la loro società non ancora totalmente avvelenata dal consumismo e dai miasmi dell’ipercompetitivo capitalismo estremo della società occidentale. Il libro, pubblicato nel 2009, ebbe un successo clamoroso e inaspettato. Gli indiani Tarahumara e Caballo Blanco divennero improvvisamente famosi e la Copper Canyon Ultra-Marathon diventò un leggendario must per tanti maratoneti estremi, anche se il premio continuava a essere un sacco di mais per tutti i partecipanti e un premio in soldi per il vincitore, grazie agli sponsor che iniziarono a supportare la corsa.

True visse l’improvvisa notorietà in modo contraddittorio. Affermò che il libro conteneva diverse inesattezze e che idealizzava esageratamente la società Tarahumara. Aveva parecchi dubbi sulla commercializzazione di un’idea, di uno stile di vita, attraverso un libro, per quanto bello e fondamentalmente onesto. Tra l’altro uno dei corridori di cui si parla nel libro, Barefoot Ted, aveva fondato una compagnia per iniziare a produrre dei sandali minimalisti sul modello degli MICAH face B&Whuaraches tarahumara. Dove andavano quei soldi? Almeno qualche spicciolo andava ai Rarámuri? Allo stesso tempo, però, era felicissimo dell’attenzione che finalmente il mondo occidentale prestava a una sconosciuta tribù di nativi del Messico e del fatto che la Copper Canyon Caballo Blanco Ultra-Marathon stava decollando, finalmente. Alla fine era quello che voleva: aiutare i Rarámuri, tentare almeno di rallentare la sparizione della loro cultura e del loro approccio “naturale” alla corsa. Caballo Blanco iniziò a girare il Nord America e l’Europa dando conferenze sul tema, anche se continuava a restare inquieto perché ancora non capiva se le persone che assistevano volessero parlare con lui o con il personaggio del libro. Piano piano però accettò il suo essere un personaggio pubblico, continuando a viaggiare e dare conferenze dappertutto.

La Ultra-maratona del 2012 fu un successo clamoroso, con oltre 500 partecipanti a correre tra canyon, fiumi, sassi e boschi del Copper Canyon. Forse l’evento iniziava a sfuggire dalle mani di Caballo Blanco e dei suoi amati Rarámuri, ma in tempi come quelli, con una devastante siccità in atto e la pressione continua dei cartelli della droga, il fatto di poter aiutare la comunità indigena con cibo e soldi era la cosa più importante. Qualche giorno dopo la fine della maratona Micah, la sua compagna e l’inseparabile cane presero la strada verso gli Stati Uniti. Si sarebbero fermati come tante altre volte in New Mexico, da una coppia di amici che possedeva un Lodge nel parco nazionale di Gila per qualche giorno, per poi tornare a Boulder. Poi venne quella mattina del 27 Marzo.

Quella mattina Micah True si svegliò presto per andare a correre nella meravigliosa wilderness di Gila e non tornò più. Dopo 4 giorni di ricerche il suo cadavere venne ritrovato dal suo caro amico Ray Molina e da altri runners del gruppo Más Locos, come si erano autonominati alcuni dei partecipanti alla Copper Canyon Marathon. I soccorritori misero il corpo del loro amico, del Más Loco numero uno, in un sacco bianco e lo caricarono a dorso di un mulo. Una volta arrivati alla zona del Lodge la compagna Marie si precipitò in lacrime a dare un bacio d’addio al suo amore, assieme al cane Guadajuko. Tutti piangevano, ma tutti erano consci della fortuna di Caballo Blanco, morto mentre faceva la cosa che amava di più: correndo nella natura, into the wild. Morto da uomo libero, mentre correva libero.

MICAH and the dog

 

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