Nati per correre: la storia di “Caballo Blanco” e degli indiani Rarámuri (parte 1)

micah Colorado B-W

Il corpo senza vita di un atletico cinquantottenne giaceva in una remota zona del meraviglioso parco nazionale di Gila, tra New Mexico e Arizona. Il cadavere non mostrava segni di violenza, solo qualche graffio, abrasioni e tagli, dovuti probabilmente a una brutta caduta, e si trovava adagiato sulla riva di un ruscello, con metà delle gambe in acqua. Era il 31 Marzo del 2012 e i soccorritori che lo ritrovarono, capeggiati dal suo amico Ray Molina, lo cercavano da 4 giorni, da quando non era tornato al Lodge dove lo aspettavano la sua compagna e il suo cane.  Era uscito per una corsa di 12 miglia, meno di venti chilometri, una passeggiata per uno come lui, che tra l’altro conosceva le piste del parco come le sue tasche, avendoci passato parecchio tempo nel suo peregrinare tra il Colorado e i canyon inaccessibili della Sierra Madre Occidentale messicana.  In seguito l’autopsia stabilì che l’uomo era morto per un problema cardiaco legato a una cardiopatia dovuta al ventricolo sinistro particolarmente ingrossato, problema tipico dei maratoneti estremi e degli atleti abituati a correre lunghissime distanze, anche 100 miglia, persino per più giorni. E in effetti l’uomo era un ultra-maratoneta molto famoso, probabilmente quello più conosciuto al mondo. Il suo nome era Micah True, noto anche come Caballo Blanco.

Micah True, il cui vero nome era Michael Randall Hickmann, nacque nel 1953 in California, dove visse e studiò, arrivando a praticare professionalmente il pugilato, con risultati non esaltanti. All’inizio degli anni ottanta cambiò il suo nome in Micah True e decise di trasferirsi in Colorado, a Boulder, dove la sua passione per le maratone e per le corse di lunga distanza, che sbocciò durante una permanenza alle Hawaii, divenne una ragione di vita. Da allora in poi si spostò continuamente tra gli USA e l’America Centrale, soprattutto il Messico e il Guatemala, dove per via della folta capigliatura bionda venne soprannominato “Caballo blanco” dagli indigeni locali,  per poter correre. In quegli anni arrivò a correre mediamente anche 270 Km alla settimana, sempre alla ricerca del posto perfetto dove poter essere felice, solo in mezzo alla natura, di corsa. Sino a quando scoprì che esisteva un posto nello stato messicano del Chihuahua, nelle selvagge e quasi inaccessibili montagne della Sierra Madre Occidentale, che si avvicinava a questa “perfezione”. Quel posto si chiamava Copper Canyon, ma i messicani lo chiamavano Barranca del Cobre ed era un gruppo di canyon e valli selvagge abitato solo da una tribù di nativi, gli indiani Tarahumara, che si erano spostati lassù, nelle zone più alte e inospitali del canyon, per sfuggire agli invasori spagnoli e alla loro sete di oro e argento, presente in grande quantità. I Tarahumara si facevano chiamare anche Rarámuri, ed erano famosi anche come “piedi leggeri”, per la loro leggendaria abilità e resistenza nella corsa di lunga distanza. Micah True aveva trovato il paradiso. Ma come era venuto alla conoscenza dell’esistenza di questa remota tribù di nativi?

tarahumara09GI-1Il Leadville Trail 100, detto anche “Race across the sky” è una delle più massacranti ed estreme corse del mondo, una ultra-maratona di 100 Miglia (160 Km) lungo i sentieri delle Montagne Rocciose del Colorado, a un’altezza che va dai 3000 ai quasi 4000 metri dell’Hope Pass, da completare al massimo in 30 ore. Come si può immaginare, questo estremo su e giù correndo in alta montagna non è per chiunque, ma dalla prima edizione nel 1983 i partecipanti sono aumentati esponenzialmente. Nel 1993 un promotore, Rick Fisher, ci portò a partecipare 6 indiani Rarámuri, fornendoli di moderne scarpe da corsa. Gli indiani rifiutarono le scarpe e si fabbricarono dei sandali che loro chiamavano “huaraches”, usando come suole i resti di vecchi pneumatici usati e delle stringhe di pelle.  Erano piccoletti, alcuni di loro anche di una certa età, vestivano le loro tradizionali camicie e pantaloni o gonne di lino, e apparivano diversissimi dal tipico runner partecipante a gare simili. Il loro passo era molto più tranquillo e calmo rispetto a tutti gli altri corridori, ma costante e incredibilmente incurante delle pendenze. A partire da metà corsa piano piano iniziarono a superare quasi tutti gli altri partecipanti con apparente noncuranza. Alla fine due di loro finirono per superare tutti e concludere in testa la massacrante gara. Il vincitore, Victoriano Churro, era un agricoltore di 55 anni. L’anno seguente altri Rarámuri parteciparono alla corsa, che infatti venne stravinta dal giovane  Juan Herrera, che concluse in 17 ore e quaranta minuti, abbassando il precedente record di ben venticinque minuti e distanziando la seconda classificata, la famosissima ultra-runner Ann Trason, di oltre venti. Il record di Herrera venne battuto solo 11 anni dopo.

Caballo Blanco, che partecipò per la prima e unica volta alla Leadville Trail 100 proprio nel 1993, rimase folgorato dalla performance e soprattutto dall’approccio alla corsa dei Tarahumara. Ne aveva già sentito parlare, ma vedendoli all’opera era rimasto sbalordito.  Da dove saltavano fuori? Come potevano correre in quel modo? Erano una sorta di Kenyani del centro America? Decise di andare a vedere dove e come vivevano, per poterli “studiare” e capire il loro segreto, spostandosi a vivere nel Copper Canyon, una zona selvaggia e inospitale delle montagne del Messico nord-occidentale, dove la tribù di “corridori” viveva da secoli, dopo essere scappata dalle razzie e dalle violenze dei conquistadores spagnoli. Scoprì un mondo sconosciuto e meraviglioso in quelle valli, che passavano dai prati alpini delle zone più alte (oltre i 3500 metri) alla foresta subtropicale giù a valle. Si costruì da solo la sua propria casa nel canyon, nel villaggio di Batopilas, e cercò di partecipare alla vita sociale dei Rarámuri senza essere invadente, rispettando le loro usanze e credenze. Iniziò a correre con loro, usando anche lui i sandali huaraches, e capì che le prodigiose capacità di corsa degli indigeni non erano il risultato di peculiari caratteristiche genetiche, della dieta o del vivere in quota (non Tarahumara Feetsolo questo, almeno). True credeva che si trattasse semplicemente di condizionamento culturale. Pensava che l’Uomo fosse “geneticamente” nato per correre, dalla preistoria, e che poté sopravvivere alla selezione naturale anche grazie alla sua abilità nella corsa, che gli permetteva di inseguire la sua preda sino a quando questa, malgrado fosse più veloce, cadeva per lo sfinimento. I Rarámuri non avevano nessun segreto particolare: avevano solo conservato in qualche modo l’originale imprinting genetico umano, per via dell’isolamento e dell’accidentata conformazione geografica delle valli dove vivevano, che li costringeva a spostarsi tra villaggi distanti decine e decine di miglia a piedi, il mezzo di trasporto per loro più comodo. La stragrande maggioranza degli uomini ha “dimenticato” questo imprinting culturale, per via degli stili di vita della modernità metropolitana. Ma “tutti noi eravamo ultra-maratoneti, una volta”, disse Caballo Blanco.

 

-CONTINUA-

 

 

 

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