Once brothers

 

“To build a friendship it takes years, but to destroy it it’s just one second.”


Un paio d’anni fa ho avuto la fortuna di vedere un documentario sportivo splendido, della serie ESPN 30 for 30, simile al nostro Sfide, curata dal formidabile giornalista americano Bill Simmons. Tra queste storie ci sono diverse perle, come per esempio quella sul povero Andrés Escobar. E soprattutto, il capolavoro Once Brothersun’ottantina di minuti di documentario sportivo, davvero meraviglioso e toccante, una delle più belle cose degli ultimi anni. Una storia triste, nella quale la voce narrante è un certo Vlade Divac. Per i profani, uno dei più forti giocatori europei di basket di sempre. La frase sopra è proprio di Vlade,  che cerca di chiudere i conti riguardo questa triste e vecchia storia.

Divac racconta di quella irripetibile generazione di cestisti jugoslavi di fine anni Ottanta,  fermata solo dalla guerra e dalle spietate manipolazioni nazionalistiche dei politici e dei media. Una generazione fermata anche dal destino. Ci vuole solo un secondo a distruggere un’amicizia, dice il serbo Divac. Si riferisce all’amicizia con il povero Drazen Petrovic, croato, andata in frantumi allo scoppio della guerra tra croati e serbi. E la morte a 28 anni del Mozart del basket in un incidente d’auto ha impedito una futura riappacificazione tra i due giovani, manipolati da forze e da eventi molto più grandi di loro. Eletti simboli di due parti che si affrontavano in guerra fratricida. Una guerra dove mai come allora non si capiva dove finisse la ragione ed iniziasse il torto. L’orrore a solo un’ora dall’Italia, nel ventre molle della civile Europa. Che ha lasciato ferite ancora oggi non rimarginate, con propaggini che hanno portato altre morti e altre atrocità. Irrompendo anche nello sport.

 

Il documentario, prodotto da NBA Entertainment, è fatto davvero benissimo, in modo molto professionale ed  americanoDivac è quasi sempre la voce narrante e le telecamere lo riprendono mentre torna nel suo paesino natale delle montagne serbe, dove iniziò la sua storia. Una storia che lo porta a Belgrado, al suo primo contratto da professionista e al basket di alto livello. Inizia la trafila nelle selezioni jugoslave, arrivando a giocare assieme a gente come Zarko PaspaljDino RadjaToni Kukoc. E un certo Drazen Petrovic. Che allora era già (Sabonis permettendo) il miglior giocatore europeo e per Divac, serbo, era un autentico idolo. Fanno subito amicizia, diventando quasi inseparabili. E quella formidabile squadra cresce inarrestabilmente, arrivando a vincere tutto a livello giovanile, continuando pure tra i “grandi”, con gli europei e i mondiali, a Buenos Aires. Divac e Petrovic hanno nel frattempo iniziato la loro carriera in NBA. Divac nel Lakers e Petrovic a Portland. I due si sentono sempre, tutti i giorni. Anche perché Petrovic ha molti problemi e ne soffre molto. Divac lo sostiene, da vero amico. Nel frattempo le tensioni nazionalistiche della Jugoslavia post Tito diventano insostenibili. Gente come Milosevic a Belgrado e Tudjman a Zagabria vanno al potere. Sta per scoppiare qualcosa di veramente terribile, tutti ne sono coscienti. E lo sport purtroppo non ne è immune, visto che è sempre stato uno strumento ampiamente utilizzato dai nazionalismi di ogni specie.

 

Il 13 Maggio del 1990 il celebre calcione di Zvone Boban ad un poliziotto Jugoslavo (che tra l’altro era bosniaco musulmano) diventa il simbolo (soprattutto per i croati: ancora oggi all’entrata dello stadio di Zagabria c’è una targa che ricorda gli scontri di quel giorno tra i tifosi croati e belgradesi come il vero inizio della guerra) della rivolta. Boban ne pagherà le conseguenze venendo depennato dalla lista dei giocatori partecipanti al mondiale di calcio italiano del 1990. Ma il basket non è da meno. In Argentina, mentre i giocatori jugoslavi celebrano il mondiale stravinto, ecco il fattaccio. La scintilla. It takes a second to destroy a friendship. Un tifoso entra a festeggiare con i giocatori in campo. Ha sulle spalle la bandiera croata (qualcuno dice che si trattava di una bandiera ustascia). Divac se ne accorge, afferra la bandiera e la scaraventa via. Da lì a poco Petrovic deciderà di non parlare più con il suo amico. Nel giro di pochi mesi, con lo scoppio della guerra vera e propria, anche Kukoc e Radja interrompono le loro relazioni con Divac.

Riguardo al gesto della bandiera, Vlade dice che avrebbe buttato anche una bandiera serba. Voleva solo evitare divisioni e fare in modo di festeggiare uniti. Ma tant’è: lui diviene, suo malgrado (a quanto dice) un simbolo per i serbi, mentre riguardo Petrovic, basta ricordare il fatto che ancora oggi in Croazia il 7 Giugno (giorno della sua morte) è lutto nazionale. Petrovic diventa infatti un simbolo della nascente Croazia indipendente. Malgrado sia ormai diventato quasi una star nell’NBA (terzo quintetto ideale nella sua ultima stagione) non manca mai alle partite della sua nazionale. Sino a quel tragico giorno del 1993, in Germania, quando decide di non prendere un aereo con i suoi compagni e di viaggiare in auto con la sua fidanzata Klara, la futura signora Bierhoff. Poi lo schianto e la morte, senza neppure aver compiuto 29 anni. Vista l’impossibilità di trovare una bara delle sue dimensioni, le autorità tedesche decidono di dissanguare il cadavere del povero Drazen, portando il suo miglior amico Stojko Vrankovic a dichiarare sconvolto di voler uccidere con le sue mani i responsabili dello scempio.I suoi funerali vedono la partecipazione di decine di migliaia di persone. Funerali a cui Vlade Divac non può ovviamente partecipare, pur essendo scioccato per la morte del suo ex amico.

 

Le immagini ci accompagnano poi attraverso gli anni che passano, sino ai giorni d’oggi, quando Vlade decide di andare in Croazia, per la prima volta dopo la guerra. Arriva a Zagabria, dove ovviamente tutti lo riconoscono mentre passeggia. E le reazioni sono anche di disprezzo e ostilità, comprese le solite accuse di essere un cetnik. Poi arriva a casa della madre di Drazen Petrovic, dove viene accolto anche dal fratello di Drazen, Aleksander. E qui tutto torna ad essere molto umano, senza alcuno spazio per i veleni di una sporca guerra che ha interrotto bruscamente e dolorosamente anche i rapporti tra coloro che una volta erano fratelli. Manca solo una cosa: Vlade si avvia da solo verso il cimitero di Zagabria, verso la tomba del suo amico. E prima di andare via lascia sul freddo marmo una foto che li ritrae entrambi, abbracciati e felici, dopo una vittoria. Once brothers.

Come ho già detto, questa è una delle cose più belle e toccanti che ho visto recentemente. Trasuda umanità da ogni singolo fotogramma. Come ci si poteva aspettare, visto il tema, ci sono state anche delle polemiche. Stojko Vrankovic ha dichiarato che quello che racconta Divac non è esattamente la verità e che la rottura tra lui e Drazen dipese anche da altre dichiarazioni del serbo (sicuramente non uno stinco di santo) e da altre cose, che il documentario omette di raccontare. Tra l’altro nel documentario non si accenna alla storiaccia dell’europeo di Roma del 1991, durante il quale il bravissimo playmaker plavi Jure Zdovc, sloveno, venne richiamato a Lubiana prima della semifinale, dopo l’inizio dei bombardamenti serbi in Slovenia. Jure abbandonò in lacrime, consolato dal suo grande amico Sasha Djordjevic. Non si parla neppure dei contrasti tra Petrovic e lo stesso Djordjevic, che non giocò in nazionale per opposizione dello stesso Drazen. E neppure del fatto che negli europei italiani del 1991 Petrovic e Vrankovic non c’erano. Si dice che rifiutarono di giocare, per via dell’inizio delle schermaglie tra serbi e croati. Tutto quello che volete. Eppure, non mi vergogno di confessare che entrambe le volte che ho visto il documentario mi son venuti i lucciconi. Bellissimo.

 

Bello anche rivedere quella generazione di fenomeni slavi che aveva conquistato già l’Europa e il mondo, e puntava persino oltre, alle Olimpiadi di Barcellona del 92, quelle dell’unico ed inarrivabile Dream Team. A parte i fenomeni citati, ne potrei elencare molti altri: KomazecDjordjevicDanilovicBodiroga, Vrankovic, Zdovc, Savic, Perasovic, Tabak, Rebraça. E mi fermo. La domanda che da allora ci perseguita è la stessa: cosa avrebbe potuto fare quella squadra, senza la guerra? Avrebbe potuto battere il Dream Team oppure almeno metterlo in difficoltà? Ancora: come è possible che in quell’angolo d’Europa con meno di 25milioni di abitanti ci sia stata una  concentrazione talmente straordinaria di talenti nel maneggio dell’arancia (anche nel calcio, a dire il vero)? È’ un talento innato oppure è frutto di un lavoro certosino ed attento?

 

C’è uno spettacolare libro del giornalista spagnolo Juanan Hinojo che prova a rispondere a queste domande, grazie ad un incredibile lavoro di ricerca dell’autore che prima di tutto è un appassionato al limite dell’inverosimile. Gli stessi Djordjevic e Danilovic chiedono al vecchio Boza Maljkovic da dove sia saltato fuori questo tipo che conosce cose e storie che neppure loro sanno o ricordano. Il libro è davvero impressionante. Analizza il movimento del kosarka (basket in serbo-croato) in profondità e senza pregiudizio alcuno, mettendo in evidenza il ruolo fondamentale della federazione jugoslava e della triade di santoni/allenatori come Aza NikolicRanko Zeravica e Mirko Novosel, con i loro innovativi metodi di allenamento, il continuo lavoro di ricerca e il confronto con il basket statunitense. Si analizza la prima grande generazione del Kosarka plavi, quella dei grandissimi CosicKicanovicMoka SlavnicDalipagic e il povero Mirza Delibasic, che vinse praticamente tutto a livello mondiale: europei, mondiali, Olimpiadi. Si raccontano gli aneddoti più gustosi, come la battaglia delle forbici di Limoges, dove una mega rissa tra jugoslavi ed italiani finì con Grbovic sopra il tavolo degli arbitri a brandire un paio di forbici. Oppure i famosi passaggi pallavolistici di scherno tra Moka Slavnic e Dragan Kicanovic nella finale europea contro gli arcinemici russi. Ché gli jugoslavi, oltre ad essere estremamente bravi, erano provocatori e stronzi come nessun altro. Si parla poi, come ovvio, del diavolo di Sibenik (il povero Drazen, un altro che come provocatore non aveva rivali), ma ci si focalizza parecchio sulla generazione d’oro, quelle degli anni 1966-1968, protagonista del celeberrimo mondiale junior di Bormio, stravinto da una fantastica squadra composta da giocatorini come Divac, il leader Djordjevic, Perasovic, Ilic, Radja e Toni Kukoc. Il divino Toni, la cui esibizione contro gli USA in una partita del girone divenne leggendaria, grazie allo strabiliante 11/12 (!!!)da tre punti della pantera rosa di Spalato, allora diciannovenne.

Il libro analizza a fondo anche la ipercompetitiva lega jugoslava degli anni settanta/ottanta, con le epopee dei vari Bosna Sarajevo, Cibona Zagabria, Jugoplastica/Pop84 Spalato e Partizan Belgrado, cercando di trovare i motivi della leggendaria ed estrema competitività dei plavi e della loro proverbiale cattiveria agonistica. Le interviste con gente del calibro di Zeliko Obradovic, Messina, Scariolo, gli stessi Danilovic e Djordjevic, Tabak, Perasovic, Malijkovic, Petar Skansi e mille altri, sono utilissime per lo sviluppo dell’opera, per la correttezza dell’analisi, arricchita dalle schede sui principali giocatori slavi (e son veramente tanti).

 

Alla fine, torniamo a quella domanda: com’è stato possibile tutto questo accumulo di talento in un solo posto, con cosi pochi abitanti? La risposta, ovviamente, non può essere semplicistica: parecchi fattori hanno influito sul fenomeno. L’organizzazione perfetta e quasi scientifica della federazione, l’influenza degli allenatori di cui abbiamo parlato prima e la loro apertura mentale agli stimoli provenienti dall’America e l’integrazione di sistema con tutta la struttura giovanile e non del kosarka. Il tentativo di fomentare un campionato molto competitivo con molte squadre in grado di poter vincere e l’attenzione maniacale alle selezioni nazionali, compreso il tour annuale negli Stati Uniti (ricordiamo che la Jugoslavia di Tito era sganciata dal Patto di Varsavia). Grande disponibilità media di giocatori alti e quindi portati al basket, che possiamo considerare come qualcosa di genetico, unita ad un sistema durissimo ed estremamente esigente di allenamenti, con una mentalità lavorativa che poteva arrivare al parossismo nel caso di Danilovic e Petrovic (leggendarie le loro interminabili sessioni di tiro in palestra seguenti ai durissimi allenamenti, che nel caso di Danilovic si concludevano al millesimo ciuf), mentre per esempio Vlade Divac risultava essere quello più cazzone e meno portato al sacrificio(pare che durante un torneo giovanile si infortunò ad una gamba saltando dalla finestra dell’hotel per andare a vedere la sua ragazza).

 

Altro fattore che influì moltissimo per l’avanzata inarrestabile del basket plavi fu la strabiliante polivalenza dei loro giocatori, il cui esempio principale era e resta Toni Kukoc, ala di 2,07 capace di giocare in 4 ruoli, compreso playmaker. Polivalenza che in un basket di specialisti come era quello di allora appariva come rivoluzionaria. Se la uniamo poi alla leggendaria mentalità vincente, di cui abbiamo accennato prima (ci sono diversi aneddoti esemplari raccontati dal grande Sasha Djordjevic sul tema, ma anche da Paspalj e Maljkovic) e a tutti i fattori di cui sopra, ecco che otteniamo il fenomeno del kosarka, il basket che dominava il mondo a fine anni ottanta/inizio anni novanta. Che finì in mille pezzi come la stessa Jugoslavia (Hinojo analizza ovviamente tutti gli avvenimenti che portarono alle secessioni e alle guerre, in modo corretto e non partigiano), con un punto di non ritorno: la cerimonia di premiazione dell’Europeo 1995 in Grecia, vinto dalla Jugoslavia serbo/montenegrina, con l’abbandono del podio da parte della squadra croata, terza classificata, seguita dagli jugoslavi che fanno il segno delle tre dita sul gradino più alto del podio, sepolti dall’uragano di fischi dei tifosi greci. Uno dei momenti più bassi e più tristi dello sport, frutto avvelenato di una guerra tra fratelli, vicini, amici, ormai nemici.

Le cose, come si può vedere dalle parole ormai più rilassate di Dino Radja e Toni Kukoc nel documentario, stanno comunque cambiando. Jure Zdovc racconta della partita d’addio a Belgrado di Sasha Djordjevic, con molti degli ex compagni a partecipare, come lo sloveno Jure, appunto, Teo Alibegovic, bosniaco che combatté in quella sporca guerra, i croati Toni Kukoc e Zan Tabak, e tanti altri. Speriamo che le cose migliorino ulteriormente, con il tempo. Perché coloro che una volta erano fratelli possano essere in futuro amici o almeno vicini cordiali.

Ai nostalgici ed appassionati osservatori esterni come il sottoscritto, con una minima padronanza di inglese e spagnolo, non posso fare altro invece che consigliare ulteriormente sia Once Brothers che Sueños Robados: el baloncesto yugoslavo. Non ve ne pentirete.

Commenti

  1. Brais scrive:

    Amico mio, come ti dicevo (le congratulazioni e gli in bocca al lupo a te, a Bus e al resto della “redazione” li ho rivolti in altra sede), m’hai fatto venire l’acquolina e Once Brothers dovrò assolutamente rimediarlo. Ringraziarti perciò è doveroso. Anzi, se m’aiuti a risparmiare tempo, per la verità, magari indirizzandomi, il gesto sarà assai gradito. Nulla: t’ho anticipato altrove che la domanda posta da te (a te medesimo e ai lettori), per quanto romantica/onirica/affascinante, ha ahimè la scalogna d’essere irrimediabilmente retorica… Charles Barkley, Larry Bird, Clyde Drexler, Patrick Ewing, Magic Johnson, Michael Jordan, Christian Laettner, Karl Malone, Chris Mullin, John Stockton, Scottie Pippen, David Robinson… Quell’oro – opinione personale, ma fondata – non avrebbe cambiato destinatario nemmeno coll’intervento divino. Probabilmente quella Jugoslavia avrebbe rotto le uova nel paniere a Kobe Bryant & Company, e ne sono quasi certo. Però un team di demiurghi e semidei del cesto come quello degli U.S.A nel ’92 non si è mai visto nella storia di tutti gli sport e difficilmente – molto molto difficilmente – si vedrà. Questa era l’unica – anche un po’ scontata e superficiale, se vuoi – chiosina che mi sentivo di fare al tuo bellissimo pezzo. Un abbraccio.

    1. julianrossmag scrive:

      grazie mille per i complimenti, per iniziare. Per il resto, se vuoi risparmiare tempo, credo che nel post ci siano i link giusti per poterti vedere Once Brothers. Toh http://www.youtube.com/watch?v=vbaLp5haWEk con i sottotitoli in spagnolo, magari è pure meglio.
      Per quanto riguarda la Domanda, ovviamente, come hai notato, è romantica/ironica/affascinante di proposito. Se dovessi rispondere razionalmente potrei dire che comunque quel team (il Dream Team) era davvero imbattibile, senza discussioni. Ma da fissato con il basket jugoslavo ti dico che una Jugoslavia ancora non in mille pezzi avrebbe dato parecchio da fare anche a quei semidei. Fidati. Mai vista una squadra europea talmente forte, manco la Spagna di ora. Un concentrato di talento assurdo, davvero incredibile, soprattutto in quella generazione. Quindi, direi che un’eventuale finale avrebbe visto gli Usa trionfare, ma con molte difficoltà.
      Abbraccio

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