Pete Maravich, il poeta del parquet

I feel great“, disse con un sorriso, mentre giocava a basket con gli amici in un playground di Pasadena, un giorno di Gennaio del 1988. “Sto benissimo“. Pochi secondi dopo cadde sul cemento come fulminato. E non si rialzò più. Era appena morto a soli 41 anni Pete Maravich, uno dei più grandi giocatori di basket mai esistiti. E iniziava la sua leggenda.

Probabilmente chi si è avvicinato al basket da poco conosce solo superficialmente la storia di Pistol Pete, sepolta da quintali di video e highlights che immortalano le evoluzioni acrobatiche degli atleti volanti NBA negli ultimi vent’anni. Eppure la sua morte, la fine di un artista ormai quasi dimenticato, provocò enorme commozione nel mondo del basket. Dopo il suo ritiro Pete era scomparso dal fuoco dei riflettori, ma il suo modo di giocare continuava ad essere riverito, omaggiato e imitato, prima di tutti da un certo Earvin Magic Johnson.  L’autopsia fece luce sulle cause della morte. Si scoprì che il suo cuore era affetto da una grave infermità congenita mai diagnosticata, che neppure lui sapeva di avere e che avrebbe potuto ucciderlo in qualsiasi momento della sua vita. Praticamente gli mancava l’arteria coronaria sinistra.  Di solito chi è affetto da questa patologia vive al massimo una ventina d’anni. Nel suo caso il Dio del Basket decise di lasciarcelo godere per qualche anno in più, a distillare poesia pura e bellezza con un pallone a spicchi nei parquet di mezza America.

Aliquippa è un sobborgo di quella Pennsylvania industriale cantata da Springsteen in diverse, splendide canzoni, che raccontano di un microcosmo fatto di fornaci, acciaierie, fabbriche, fonderie, dove la tua vita, quella di tuo padre prima e quella di tuo figlio dopo di te, erano segnate dai turni massacranti, dal grigiore e dalla ripetitiva banalità della vita quotidiana. Oggi la deindustrializzazione ha provocato danni devastanti nel tessuto economico della zona, che vede infatti un tasso di povertà ben oltre la media nazionale. Ma allora, negli anni quaranta, le fornaci sbuffavano senza sosta per produrre tutto l’acciaio di cui aveva  bisogno la terra promessa nella sua corsa verso il dominio del mondo. E Petar Maravich, detto Press, non poteva sfuggire al destino che lo portava dritto dritto ai turni in fonderia. Eppure questo figlio di un immigrante serbo ebbe la possibilità di evitare quella vita, che pareva assegnatagli di diritto, per via del suo talento nella pallacanestro, che lo portò a giocare nelle leghe professioniste allora esistenti, che poi avrebbero formato la NBA. E poi pure a fare l’allenatore professionista, partendo dal basso per arrivare a dirigere anche squadre universitarie.

Il 22 Giugno del 1947 nacque il secondo figlio di Press Maravich: Pete, ovviamente.  E Press decise di farlo diventare un campione. Il piccolo Pete mostrò subito un talento eccezionale, aiutato dalle lunghissime sessioni solitarie di fondamentali e tiri che arrivavano ad occupare anche dieci ore della sua giornata. Disse in seguito Pete che sino ai 14 anni andava letteralmente a letto con il pallone e che spesso usciva di casa, per qualunque motivo, sempre con il pallone appresso, palleggiando e palleggiando. Un’autentica ossessione, che lo faceva svegliare due ore prima di andare a scuola per potersi allenare, senza contare la sessione post-scuola che terminava solo quando sfiorava la perfezione nelle sue interminabili sessioni di tiro. Tutto questo, come ovvio, lo portò ad essere piuttosto introverso e poco sociale. Trovava la sua dimensione solo in campo, con un pallone a spicchi tra le mani, e infatti diventò subito un vero e proprio fenomeno. Già dall’età di tredici o quattordici anni iniziò a sbalordire chiunque ebbe l’occasione di vederlo.  Pur essendo magrissimo e piuttosto basso zimbellava senza pietà chiunque tentasse di ostacolarlo sul parquet, facendo fare figure barbine a ragazzi più grandi e fisicamente più dotati di lui. Era qualcosa di mai visto: tiri impossibili, crossovers, dribbling inarrestabili e assist che allora erano semplicemente impensabili. Il tutto eseguito ad una velocità spaventosa. Nessuno aveva visto un ragazzino fare le cose che faceva Maravich. Cose difficili da vedere pure in campo professionista, figurarsi in high school. Il modo di giocare del ragazzo, la sua tecnica, erano letteralmente  strabilianti  e moltissima gente andava alle partite solo per vederlo giocare e usare i suoi folgoranti trucchi con l’arancia. Il soprannome Pistol risale proprio a quel periodo, per via del suo modo particolare di lanciare la palla a grande distanza. Le sue gracili braccia erano troppo deboli per il classico modo di tirare, pertanto Pete inventò il lancio della palla dal basso verso l’alto, dal fianco, con una mano sola, in modo da poter effettuare un passaggio lungo, se non addirittura un tiro da lontano. Un gesto che ricordava il movimento dei cowboys quando estraevano la pistola dal cinturone. Pistol, appunto.

Con il passare degli anni Pete rimase piuttosto magro, ma raggiunse un’altezza decente per un giocatore di basket: un metro e novantasei centimetri. Diventando qualcosa di mai visto nel basket high school statunitense. Tecnicamente stava anni luce avanti ai suoi coetanei. Tutti i suoi coetanei. E a quel livello era semplicemente immarcabile. Poteva fare davvero quello che voleva in campo, diventando perciò il giocatore che tutte le università americane desideravano. Proprio così,  tutti i college della NCAA.  Malgrado avesse la possibilità di scegliere squadre blasonate, oppure città glamour, alla fine decise di firmare per la LSU, l’università dello stato della Louisiana, dove l’head coach era un certo Press Maravich: suo padre. Pete non si pentì mai della scelta di giocare per una squadra modesta, dove scrisse alcune pagine storiche del basket USA, che da sole basterebbero a portarlo nell’olimpo degli immortali di questo sport. Subito mise in chiaro che anche al college il suo era un altro sport rispetto a quello che giocavano compagni e avversari. Alla partita d’esordio scrisse 50 punti, 14 rimbalzi e 11 assist. Sì, davvero: cinquanta, quattordici, undici. Continuando a meravigliare con il suo talento irreale, con la sua apparente capacità di fare qualunque cosa in qualunque momento, con la bellezza impossibile delle sue giocate, che erano  troppo rapide, troppo imprevedibili per chiunque, persino per i compagni. Gli spalti dei palazzetti dove giocava LSU iniziarono a riempirsi, solo per vederlo giocare. Persino nel sud degli USA, dove il basket non è popolare come il football, le gesta di Maravich sul parquet portarono ad un aumento impressionante degli spettatori. C’era il nuovo genio da vedere e ogni sera avrebbe potuto tirare fuori dal cilindro una nuova magia, dopo la quale fare “ohhhhhhhhh!“.

Le cifre degli anni di college di Maravich ancora oggi restano allucinanti. Certo, i numeri non spiegano tutto, anzi. Eppure, a leggere i suoi numeri si rimane basiti persino dopo aver visto Bird, Magic, Jordan, Shaq, Lebron. Nei suoi tre anni a LSU segnò la bellezza di 3667 punti, ancora oggi record NCAA. La sua media di punti segnati per partita durante queste tre stagioni fu di 44,2. Sì, avete letto bene: quarantaquattro punti di media. Anche questo, ovviamente, record assoluto NCAA. Bisogna ricordare che ancora non esisteva il tiro da tre punti, il che rende l’impresa davvero incredibile. E bisogna ricordare che si trattava di un giocatore che molto spesso tirava “from downtown“, senza alcuna remora, mettendo dentro anche questi tiri dalla lunga distanza in tutta tranquillità. Aggiungiamo  a questo il record di volte che segnò più di cinquanta punti (ventotto volte!), il record dei tiri messi a segno e di quelli tentati, il record dei tiri liberi segnati e tirati, la nomina a miglior giocatore universitario di sempre, eccetera eccetera. Ci vorrebbe un post solo per elencarli, i record della carriera di Pistol. Ma i record non dicono tutto, come abbiamo detto. A volte bastano le immagini. C’è questo video degli anni a LSU che è impressionante. Lo mostra in tutta la sua grandezza, con i calzettoni bassi e il suo tipico taglio di capelli alla John Stockton/Jeff Hornacek/Ricky Rubio, mentre offre un abbacinante recital di prodezze che abbiamo visto poi fare a tanti altri: l’assist dal post basso, dietro la testa, alla Larry Bird, i no look pass da capogiro, in contropiede, alla Magic Johnson, i numeri da circo alla Jason Williams, il fenomenale ball handling alla Allen Iverson, il gioco di piedi degno di un Akeem, il tiro mortifero di Drazen Petrovic, Bird o Jordan. Impressionante, come detto. Basti ricordare che Isaiah Thomas ebbe a dire che decise di diventare un giocatore di basket dopo aver visto giocare Pete Maravich e che Magic Johnson non nascose mai di essersi ispirato enormemente a Pistol.

Tornando ai record, Pete diceva sempre, durante gli anni a LSU, di voler essere il primo giocatore NBA con un contratto da un milione di dollari l’anno. Detto, fatto: gli Atlanta Hawks lo scelsero con il numero 3 nel 1970. E sul contratto scrissero 1.6 milioni di dollari l’anno. Adesso bisognava darsi da fare per raggiungere il vero obiettivo, quello sognato da bambino, quando iniziò a palleggiare e a dormire con l’amata palla: l’anello di campione NBA. Ma le cose non andarono come previsto. Il suo stile e la sua attitudine verso un basket effervescente e spettacolare, che anticipava lo showtime degli anni ottanta, non si adattava al basket tradizionale e ragionato degli Hawks. Spesso i suoi compagni, che non erano abituati alle sue invenzioni, si ritrovavano a prendere pallonate in faccia semplicemente per non aver capito un suo passaggio impossibile. Ed era piuttosto umiliante per dei veterani che tra l’altro prendevano uno stipendio tre o quattro volte più basso del nuovo arrivato. La squadra andò piuttosto male, uscendo al primo turno dei playoff. Malgrado questo, la stagione rookie di Pistol fu buonissima: 23 e passa punti e quasi 5 assist ad allacciata di scarpe (Federico Buffa docet), con diverse partite sopra i 40 punti segnati (ricordiamo ancora che non esistevano i tiri da 3 punti). Eppure, la stagione sotto le aspettative di Atlanta divenne la scusa per attaccare Maravich e il suo tipo di gioco troppo egoista e inutilmente virtuosista. Anche se forse era un modo di giocare semplicemente troppo avanti alla sua epoca.

La successiva stagione degli Hawks fu ugualmente mediocre. E le critiche verso Pete continuavano spietate:  giocatore da circo,  perdente di successo, egoista, antitesi di uomo squadra. Lui soffriva enormemente per queste critiche, le prendeva come un affronto personale. Per reazione, tornò ad essere il ragazzo introverso e un po’ asociale di qualche anno prima. Malgrado fosse idolatrato e malgrado il suo modo di giocare continuasse a far saltare dalle poltroncine per l’entusiasmo il pubblico, non si sentiva amato. Iniziarono  i problemi con l’alcool, che a dire il vero aveva già dai tempi dell’università. Il suicidio della madre, depressa cronica, anche lei con problemi di alcolismo, fu una bella botta per Pete. Malgrado tutto, giocando a basket continuava ad essere letteralmente immarcabile. Ma dal punto di vista umano si sentiva sempre più triste e solo. La terza stagione ad Atlanta andò meglio, con la squadra che comunque venne eliminata di nuovo al primo turno dei playoff. La critica di nuovo se la prese con Pete, con il giocoliere egoista che era un corpo estraneo alla squadra. Dopo un altro deludente anno chiese e ottenne di essere ceduto. Decise di andare a giocare in una nuovissima franchigia: i New Orleans Jazz. Esatto, tornava a casa, a quella New Orleans dove era stato Il Re durante gli anni di LSU. Purtroppo però la squadra era davvero debolissima, senza alcuna possibilità di arrivare al tanto agognato anello. Di più: nessuna possibilità di arrivare neppure ai playoff. Era una sorta di one man show, una esibizione continua di un giocatore stellare che però perdeva la grande maggioranza degli incontri. Dal punto di vista personale, infatti, furono gli anni migliori di Pistol Pete. Arrivò a vincere un titolo di miglior realizzatore NBA con oltre 31 punti di media. Alcune di queste esibizioni sono rimaste nella storia della pallacanestro americana. Per esempio i 68 punti che scrisse contro gli allora fortissimi Knicks, la squadra difensivamente più forte della lega. Sessantotto punti. Tenete conto, di nuovo, che non esistevano i tiri da tre punti. E che Pete venne espulso per somma di falli due minuti prima della fine del match. Strabiliante.

La stagione seguente, che al principio prometteva molto, fu invece l’inizio del suo precoce declino. Dopo un gravissimo infortunio al ginocchio lui stesso si rese conto che non sarebbe mai tornato ad essere il giocatore dominante di prima. La squadra si trasferì a Salt Lake City e il suo minutaggio scese inesorabilmente, in modo considerevole. Visto che ormai era diventato uno qualunque nella rotazione del coach, chiese il trasferimento. Finì ai Celtics, finalmente una squadra di blasone, che tra l’altro era diventata molto competitiva grazie soprattutto ad un rookie spaventosamente bravo, che non aveva mai nascosto di ispirarsi moltissimo al suo modo di giocare. Si trattava di un certo  Larry Bird. Malgrado questo, alla fine di quella stagione, anche questa con un minutaggio esiguo, Pete si rese conto che non era più il giocatore di prima e decise di ritirarsi.Si trattava della prima stagione NBA con il tiro da tre punti. E Maravich la concluse con una percentuale di realizzazione del 67 per cento. Ora, sappiamo che i migliori specialisti di solito hanno percentuali attorno al 45 per cento. Spaventa pensare quali avrebbero potuto essere le sue medie punti nei suoi anni migliori, con questa regola.

Ora iniziava il difficile: una vita senza basket. Aveva trentaquattro anni e praticamente non aveva fatto altro nella vita. Aveva raggiunto le stelle ma non era riuscito a realizzare il suo più grande sogno: l’anello da campione NBA.  La stagione seguente al suo ritiro i Celtics vinsero il campionato, dopo tanto tempo. Fu la mazzata definitiva per Pete, che crollò in un abisso di disperazione, depressione, sensi di colpa e alcool. Ebbe una sorta di crisi di rigetto per il basket, sparì totalmente dalla circolazione e divenne l’ombra di se stesso. Più di una volta arrivò vicinissimo al suicidio e a nulla valsero le filosofie orientali e persino l’ufologia, per dare un senso alla sua vita. Il padre morì di cancro e lui continuava a sentirsi sempre più solo e sempre meno amato. Alla fine trovò conforto nella religione, diventando un cosiddetto Cristiano Rinato. Le cose iniziarono ad andare meglio, per lui. Riuscì ad accettare i suoi limiti e a combattere i suoi demoni, per vivere una vita decente e degna di essere vissuta. Tra l’altro nessuno si era dimenticato di lui: nel 1985 i Jazz ritirarono la sua maglia e nel 1987, a trentanove anni, divenne il giocatore più giovane ad entrare nella Hall of Fame della NBA. Una NBA che non lo vide mai campione, ma che in quegli anni vide invece il trionfo di un tipo di gioco geniale e divertente, rappresentato dalla grande rivalità tra Magic e Bird, con passaggi no look e dietro la schiena, assist impossibili tra le gambe,  crossover assassini e tiri in controtempo, di cui lui era stato il pionere, il massimo esponente prima del tempo. Sì, le cose andavano meglio, per Pistol Pete. Aveva persino ripreso a toccare il pallone e fare un paio di tiri con gli amici al playground, per il mero gusto di giocare.

Quel 5 Gennaio del 1988, otto anni dopo il suo ritiro, decise di scendere al playground sotto casa con gli amici per giocare un pò. Era finalmente contento e sorrideva, mentre giocava. “I feel great“, disse sorridendo dopo il milionesimo tiro della sua vita, dopo il milionesimo palleggio. Pochi secondi dopo cadeva esanime a terra, improvvisamente. Gli amici si resero conto immediatamente che qualcosa non andava. Pete Maravich moriva così, a nemmeno 41 anni, sul cemento di un campetto californiano, mentre faceva la cosa che amava di più e a cui dedicò tutta la vita: giocare a pallacanestro.

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