La ribellione di Predrag Pasic

Sarajevo music cementery

Klub Bubamara.  È il nome di una scuola di calcio nella città di Sarajevo, in Bosnia, fondata da un certo Predrag Pasic. Ma chi è questo Pasic? E perché questa scuola calcio è diversa dalle altre?

Torniamo indietro nel tempo, alla seconda metà degli anni ottanta. Predrag Pasic era un calciatore bosniaco che dopo una buona carriera da centrocampista di qualità nel campionato jugoslavo e anche in nazionale (partecipò ai mondiali del 1982) decise di andare a giocare in Germania, passando tre anni tra lo Stoccarda e il Monaco 1860. Il balcanico non sfigurò neppure nella Bundesliga, ma alla fine decise di tornare alla sua Sarajevo, al suo amato FK. In quel momento storico persino in una città gioiello come quella bosniaca, un inno alla multiculturalità e alla pacifica coesistenza di culture e religioni diverse, iniziavano a soffiare i venti nazionalisti che poi avrebbero portato a una successione di tragedie che non si vedevano in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. A Sarajevo convivevano senza nessun problema musulmani, cattolici, ortodossi ed ebrei e a nessuno importava dell’origine croata, serba o bosniaca di nessun altro. Ma il conflitto tra gli stati della Federazione jugoslava, che covava sotto la cenere da decenni, scoppiò con virulenza all’inizio degli anni novanta, trascinando pure la civile e pacifica Sarajevo nell’orrore.

Nel 1992 iniziò l’assedio delle forze serbo-bosniache alla città. Un assedio che sarebbe durato quattro lunghi anni e che avrebbe provocato più di diecimila vittime e cinquantamila feriti, la stragrande maggioranza dei quali tra la popolazione civile. Una citta di oltre 600 mila abitanti che vide SARAJEVO - A city under siegedurante l’assedio la fuga di tantissime persone, diminuendo drasticamente la sua popolazione. I cecchini appostati sulle montagne attorno alla città facevano strage, senza alcuna pietà. I mortai continuavano a colpire indiscriminatamente e gli abitanti di Sarajevo si rassegnarono a vivere fianco a fianco con l’orrore, consci che sarebbe potuto toccare a chiunque di loro, da un momento all’altro. Chi può, come abbiamo detto, provò a scappare, ad abbandonare quella carneficina. Predrag Pasic si trovava a Sarajevo, all’inizio dell’assedio. Avrebbe potuto andare via, magari strappare l’ultimo ingaggio della sua carriera all’estero. Ma decise di restare e di non rassegnarsi ad ad una cieca logica di odio, separazione, violenza. “Solo a Sarajevo, nel raggio di 400 metri, potevo sentire i suoni delle moschee, le campane delle chiese cattoliche, vedere gli ebrei che andavano in sinagoga. Ero orgoglioso di essere cittadino di una città così aperta a tutti, a prescindere dalla loro provenienza e dalla loro religione“. Predrag Pasic decise di resistere, a modo suo.

Durante l’assedio i bambini della città erano ovviamente i più esposti alle sofferenze. Scuole chiuse, parchi sotto il continuo tiro dei cecchini, niente che funzionasse. Ad un certo punto Pasic, ovviamente conosciutissimo in città, decise di annunciare alla radio l’apertura di una scuola di calcio per bambini. Esatto, una scuola di calcio per bambini, in una città sottoposta all’assedio più lungo che si ricordi in un conflitto armato. Una pazzia. Eppure, il primo giorno giorno si presentarono alla scuola ben trecento bambini, tutti in cerca di una parvenza di normalità e di felicità in mezzo all’orrore della guerra. La scuola calcio creata da Pasic era aperta a qualunque bambino. Musulmano, cattolico, ortodosso: parole che all’interno della scuola non contavano. Tutti erano uguali, nello spirito multietnico, integratore e tollerante della vecchia Sarajevo. “All’esterno della palestra si sentivano esplosioni, spari, caos, e molti dei genitori dei bambini della scuola combattevano tra di loro, mentre all’interno i loro figli semplicemente giocavano a pallone  senza capire tutto quell’insensato odio che aveva portato gli adulti a macellarsi tra di loro. I bambini non capivano perché adesso ci fossero tutte queste differenze. Loro si sentivano uguali, a prescindere dal loro cognome o dalla loro religione. Noi abbiamo tentato di rinforzare queste idee attraverso lo sport, attraverso la filosofia unificatrice dello sport“. In mezzo alla tragedia, sotto il fuoco dei cecchini e dei mortai, osteggiata dal cieco nazionalismo escludente dei politici, nasceva la Scuola di Calcio Bubamara.

This is Haris's bridge. Long lens shortens the span.Non era facile, come ovvio. Pasic ricorda come i bambini dovessero attraversare per forza un ponte, per arrivare alla scuola calcio. E questo ponte era sempre sotto il tiro dei cecchini. Si rischiava parecchio, a far parte del Bubamara. E a parte questo, c’era anche l’atteggiamento ostile di tante persone e di tanti politici, che era forse peggio. Predrag era serbo-bosniaco, ma a lui non interessavano minimamente le orribili diatribe nazionaliste che cercavano di dividere e separare persone che sino a pochi mesi prima vivevano assieme senza problemi e che adesso si sparavano addosso. “Radovan Karadzic, prima di entrare in politica e diventare il leader dei serbo-bosniaci, era lo psicologo della mia squadra di sempre, l’FK Sarajevo.  Il suo cambiamento era davvero scioccante per me. Prima della guerra conoscevo una persona totalmente diversa, che aiutava 24 giocatori di etnie e religioni differenti a giocare assieme come un team, che ci insegnava che solo giocando come una cosa sola avremmo potuto avere successo. Poi entrò in politica e vidi una persona completamente differente, che parlava solo di una religione e di una etnia. Era incredibile vedere serbi che uccidevano persone solo per non essere serbe, e vedere Karazdic sotto quella orribile luce nuova fu un autentico shock per me“.

All’esterno della palestra dove si allenavano i bambini del Bubamara continuavano i bombardamenti, i massacri, gli stupri e la pulizia etnica. Mentre oggi passeggia in un cimitero imbiancato di neve, Pasic ricorda con malinconia e tristezza che quello prima era un campo di calcio, il campo dove lui iniziò a giocare a pallone. Durante l’assedio venne usato per seppellire i morti che non stavano più nei cimiteri cittadini. È davvero un miracolo che Predrag abbia deciso di “restare umano” e continuare con il progetto della scuola multietnica. Il suo atto di ribellione è una delle luci di umanità che spesso il genere umano ci regala anche in mezzo alle più grandi atrocità e tragedie. PASICCLa scuola calcio del Bubamara ha resistito a tutto e continua ancora oggi ad accogliere i bambini di una Sarajevo che piano piano cerca di tornare alla normalità. L’aiuto dell’Inter, con il progetto Intercampus, è stato fondamentale per andare avanti e ancora oggi i bambini delle squadre del Bubamara di Sarajevo, rigorosamente multietniche, indossano la maglia neroazzurra dell’Inter. Predrag Pasic continua per la sua strada, si schernisce, non crede di aver fatto nulla di speciale. Si rammarica del fatto che in Bosnia sia ancora più conosciuto come ex calciatore piuttosto che come il direttore della scuola calcio. Pazienza, gli uomini veri continuano per la loro strada e fanno il loro dovere, ribellandosi magari silenziosamente, ma non per questo in modo meno efficace.

L’anno scorso Eric Cantona ha prodotto e ha pure partecipato come voce semi-narrante a una serie di documentari chiamata Les Rebelles du Football, che racconta le storie di alcuni calciatori, del loro impegno sociale  e delle loro lotte contro situazioni ingiuste. Tra questi c’è pure Predrag Pasic: un ribelle quieto, ma soprattutto un uomo giusto che non si è piegato al terribile ricatto nazionalistica balcanico ed ha resistito. Chapeau.

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